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• Thursday, March 08th, 2012

In ufficio hanno deciso di eliminarci due a due.
Dalle 8.45 quando arrivo e fino alle 2 del pomeriggio la temperatura e’ glaciale. L’aria condizionata continua imperterrita a spararci addosso aria a 18 gradi e mentre noi poveri continentali congeliamo e ci copriamo con tutto quello che c’e', neanche fossimo davvero in Lapponia, i figli d’Albione girano per i corridoi in maniche corte. Quando arrivano a coprirsi pure loro, sono cazzi: di gradi a quel punto ce ne sono 16. Come negli uffici della Emirates a Wilmslow. Una mia amica s’e’ rimediata letteralmente un colpo per la temperatura che avevano li’ dentro in estate. Sedici gradi. Lavorando in divisa perfino nel call centre, la povera carne da macello targata Emirates non poteva neppure mettersi un cappotto come facciamo invece noi. Quando la mia amica provo’ a protestare, le fu rifilata una risposta nel tipico stile britannico: ci atteniamo soltanto agli standard voluti dalla legge, che prevede un minimo di 16 gradi. Inutile precisare loro che, in realta’, la legge prevede fino a un minimo di 16 gradi. Sarebbe andato loro in tilt il cervello.
Dalle 2 alle 4 la situazione da noi si ribalta. A quel punto si comincia a boccheggiare. Il maglione s’incolla, la sedia sotto di te prende fuoco. Poi, dalle 4 in poi, a tradimento, il sistema bastardo torna a pomparti addosso i suoi 18 gradi e tu torni a sperimentare l’ebrezza di lavorare in Siberia. Ieri mi e’ addirittura parso di vedere passare Babbo Natale con tanto di renne al seguito. Stava andando in Honduras per la primavera, ha detto.
Negli ultimi due mesi grazie a questi 18 gradi fissi intorno a me sono fioccate riniti, bronchiti, tonsilliti, sinusiti e tutti gli altri “iti” possibili e immaginabili. Per fortuna io sono robusta. Jolly non da poco, se consideriamo che la malattia non viene pagata.

C’era una volta al cinema un film che delle povere derelitte volevano a tutti i costi andare a vedere. C’era una volta un film che era stato boicottato da tutti i cinema di Manchester, relegato ad un solo, misero spettacolo notturno al giorno. C’era una volta un film che, per una volta, le povere derelitte non si sarebbero rassegnate a vedere in DVD come avevano fatto anche troppe volte in passato. C’era una volta un film che, visto perche’ era il film del mese, forse meritava di essere visto in qualunque giorno feriale tranne che il mercoledi’, a prezzo pieno.
Domani sera si va al cinema a vedere “A Dangerous Method”. E che cavolo. Stavolta non l’avrai vinta tu, Manchester, sappilo. Anche se ti ci stai mettendo d’impegno, non riuscirai a disintegrare la mia cultura in qualche pinta di birra zuccherata e allungata con l’acqua.
Per la cena eviteremo come la peste Wetherspoon. Una gengivite (a me) e un’ulcera in bocca (a chi era con me), l’ultima volta, sono state piu’ che sufficienti.
Semmai rientreremo in Italia, avremo addosso una carica batterica tale che stermineremo tutto il parentado.

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• Wednesday, March 07th, 2012

Avevamo deciso di andare al cinema a vedere “A dangerous method”. C’era uno spettacolo alle 5.20, ce l’avremmo potuta fare. Io avrei comprato i biglietti Orange alla pausa pranzo e alle cinque mi sarei eiettata fuori dal Belmarsh per schizzare insieme alla mia amica dritta all’AMC.
Ce l’avremmo potuta fare, ma il problema non s’e’ posto per niente. Questo benedetto film non s’ha proprio da vedere.
Per questa settimana l’AMC, che insieme al Corner House e’ il solo cinema in tutta Manchester a proiettare A Dangerous Method, ha deciso di tagliare via lo spettacolo delle 5.20 e di lasciare solo quello delle 21.50. Uno spasso, per chi alle 9 della mattina dopo deve essere al lavoro. Al Corner House sono stati ancora piu’ eroici: gli spettacoli sono o all’ora di pranzo o all’ora di merenda.
Cosi’, visto che i cinema mancuniani avevano di nuovo deciso per noi cosa non fare questo mercoledi’ sera, noi abbiamo deciso di anticipare la cena – se cosi’ la vogliamo chiamare – e di dirigerci senza pit-stop alla Richmond Tea Room (che, ovviamente, sta in Richmond Street – e dove, se no?).
Abbiamo deciso di optare per il “Queen Tea”. Quale regina? Quella di cuori, ovviamente. La Richmond Tea House e’ infatti il posto in cui il Cappellaio Matto andrebbe a prendere il te’ se avesse la fortuna di capitare a Manchester. Perche’ fortuna? Perche’ a Manchester uno come lui sembrerebbe del tutto normale.

La porzione ritratta nella foto in cima e’ per due. Vi pare enorme? Come no. Guardate bene il rapporto con la tazza da te’ li’ davanti. Quei tramezzini misuravano 10cm per 3. Fingers sandwich li chiamano. Sottili davvero quanto un dito, abbiamo scoperto. Quali dita? Quelle di ET, direi.
Pianterreno, roba tranquilla insomma. Quattro fingers di tramezzino a testa con pollo e verdura o tonno. La pot of tea (Scottish Breakfast tea, fa-vo-lo-so!) era una roba degna del villaggio dei Puffi: una tazza e mezza. Costo totale di questo lauto spuntino (ché chiamarlo “pasto” mi pare proprio un’esagerazione): 18 sterline. A capoccia. Li mortacci loro.
I denti sono cominciati a cadere passate al primo piano. Quelle due innocenti tortine gialla e rosa (icing cakes) che vedete ai due lati sono in realta’ un quadretto di pan di Spagna spalmato di marmellata alla fragola, farcito con panna montata e ricoperto da glassa di burro ammorbito, zucchero a velo e colorante: da far scoppiare un’angina al primo morso. Arrivate al secondo piano c’e’ voluta la siringa d’insulina. Scones all’uvetta, clotted cream e marmellata alla fragola: roba da crisi iperglicemica. Le focaccine erano talmente zuccherate da averci lasciato in gola il segno, tipo unghiate di gatto, per intenderci. Io non sono riuscita a finirla, e ho detto tutto. Nello stomaco gia’ sentivo l’erba capra del pranzo fare a botte con le icing cakes del primo piano. Le scones all’uvetta hanno messo l’erba capra KO. Non fosse stato per tutto quello zucchero, che ci ha steso lo stomaco, saremmo uscite da quel posto coi crampi della fame – e 18 pound in meno nel portafogli.
Una bella botta di vita alla dieta che ho cosi’ diligentemente seguito negli ultimi dieci giorni.

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• Tuesday, March 06th, 2012

Hanno chiuso Albert Square. Di nuovo.
La scusa stavolta e’ l’Irish Festival, questo weekend, che sara’ coronato dall’annuale parade lungo le vie del centro. Due mesi fa e’ stata la volta del mercatino di Natale e prima di Natale c’erano stati il Manchester Festival, il festival della birra (ebbe’, a Manchester quello non poteva di certo mancare!), il festival dei sapori teutonici, eccetera, eccetera, eccetera. Insomma, c’e’ sempre un ottimo motivo per chiudere la maledetta Albert Square. E’ lo scotto da pagare per essere l’unica piazza di Manchester. Qualcuno potrebbe protestare dicendo che in centro c’e’ anche St Anne Square. Ma cosa, quella risacca incastrata tra la chiesa sconsacrata e il McDonald’s?
Il motivo per cui me ne frega cosi’ tanto se Albert Square viene chiusa e’ perche’ l’aggirare le dannate barriere che piazzano tutto intorno per tirare su i chioschi mi fa perdere almeno due minuti. Due minuti preziosi. Deleterio, quando sono in ritardo, soprattutto perche’ le bancarelle spuntano fuori di colpo, praticamente in una notte. Una mattina tu arrivi, tiri dritta al semaforo e ti ritrovi spiaccicata contro la recinzione. A quel punto i nomi fioccano.

La parata del St Patrick’s Day a Manchester e’ una di quelle cose che davvero non vorresti perderti. La prima volta mi ci imbattei per caso. Arrivata a Manchester da un anno esatto non sapevo ancora che la comunita’ irlandese fosse, dopo quella cinese e prima di quella italiana, la piu’ grande nella citta’ della working class. Naturalmente le due cose sono legate. Dove c’e’ lavoro, ci sono immigrati, e la comunita’ irlandese a Manchester ora come allora e’ cosi’ compatta e cosi’ estesa da meritarsi addirittura una parata nel giorno del proprio santo protettore.
Quando arrivai in Corporation Street il 14 Marzo 2010 e vidi tutta quella gente con in testa una parrucca da clown verde, bianca e arancio, non m’interrogai piu’ di tanto. Come ho gia’ detto vivevo a Manchester da un anno ed ero abituata a vedere la gente uscire di casa conciata nei modi piu’ incredibili. Cominciai a pormi domande quando in Market Street notai che letteralmente tutti avevano addosso il tricolore: cappelli a tuba di peluche, coccarde, magliette, perfino la faccia era dipinta col tricolore o col trifoglio. A quel punto comincio’ la parata e io persi tutte le parole. L’allegria spontanea degli irlandesi sui carri era travolgente. Avessero lanciato caramelle, sarebbe stato Carnevale. Una bella differenza con la Manchester Day Parade, ovvero quanto di piu’ burino, grezzo, ridicolo e catarifrangente io abbia mai visto in tutta la mia vita.

Poiche’ in questa citta’ piove sempre, o piove e soffia un vento capace di farti volare via con tutto l’ombrello in perfetto stile Mary Poppins, quando hai una giornata asciutta tu cogli l’attimo e corri a fare spesa. Nei giorni di pioggia semplicemente non puoi. O tieni l’ombrello con tutte e due le mani come se fosse una questione di vita o di morte, o gli dai un addio commosso con la manina e torni a casa senza, mentre l’ombrello entra beato in orbita su Marte. E visto che a Manchester i supermercati degni di questo nome sono raggiungibili soltanto in macchina, tu che la macchina non ce l’hai quando puoi ne approfitti e vadi da Tesco in centro. Che e’ poi l’unico supermercato vero che c’e’ in centro. Gli altri sono tutti Tesco o Sainsbury Local, ovvero sgabuzzini imbottiti di cibo in cui c’e’ tutto e non c’e’ un cacchio. Manchester ha qualcosa come quindici compagnie di pullman, ma nessuna che ti porti ad un centro commerciale senza metterci un’ora e senza farti camminare altrettanto per arrivare alla fermata. Se conosci i trasporti locali, vai a piedi. Con gli autobus a Manchester sai a che ora sarai alla fermata ma non sai quando effettivamente riuscirai a salire sul pullman. Non esistono i pannelli luminosi come in ogni altra citta’ civile dell’Inghilterra, no. Esistono i timetables di carta. Che, ovviamente, danno gli orari “giusto per avere un’idea”. Insomma, la fava.
Entrare da Tesco alle 5 del pomeriggio di un feriale e’ come varcare i cancelli di Gardaland. Praticamente tutta Chinatown e’ a fare la spesa li’. Estasiati, con sguardi beati, gli studenti asiatici si guardano intorno, camminando in maniera random tra gli scaffali, tagliandoti la strada, dandoti il cestino addosso e facendoti vorticare le palle al punto che spicchi il volo e vai a fare compagnia all’ombrello in orbita su Marte di cui sopra. Non guardano dove vanno, loro. Da Tesco tutto e’ cosi’ unico, magico, bellissimo. Brillano loro gli occhi. E mentre a loro brillano gli occhi, tu bestemmi e ti chiedi cosa cazzo ci sia di affascinante nella pinta di latte che Takeshi e Kyoko stanno contemplando con quel mezzo sorriso ebete da mezz’ora, otturando la corsia e impedendoti di raggiungere la cassa.
A Takeshi, Kyoko e compari si aggiungono gli autoctoni in uscita da lavoro. Se conoscete i mancuniani nel weekend, sapete anche che cosa succede loro quando arrivano le cinque di un feriale, hanno passato la giornata in ufficio a temere per il loro bonus, il frigorifero a casa e’ vuoto e da Tesco si ritrovano l’Asia in gita a Gulliverlandia giusto menzionata. Non c’e’ da stupirsi che gli spintoni decuplichino. Gli spintoni sono qualcosa a cui ti abitui dopo i primi weekend. Con choc, assorbendo il trauma un poco alla volta – specie se vieni da Londra – ma ti ci abitui. All’isteria violenta da Tesco alle cinque del pomeriggio, invece, non ti ci abitui mai. Mentre Takeshi e Kyoko mollano la pinta di latte e cominciano ad analizzare estasiati la mezza pinta, mentre l’addetto di Tesco ti passa su un piede col carrello dei rifornimenti (cosa vuoi, in fondo e’ mancuniano pure lui), mentre i lavoratori isterici ti tagliano la strada, mandandoti a sbattere per l’ennesima volta contro l’ennesimo frigo, tu molli il tuo cestino con un teatrale vaffanculo ed esci senza aver comprato niente.
Stasera pane e acqua, per la gioia della bilancia.

Se fare la spesa da Tesco e’ una gara a chi spintona piu’ forte, andare da Wilkinson’s, coi suoi scaffali ordinati e i suoi commessi sempre sorridenti, non puo’ che diventare un piacere. Almeno finche’ uno di loro non decide di ruttarti in faccia.
Sei col tuo cestino in attesa del fatidico “next, please!” quando il fatidico “next, please!” finalmente arriva e tu raggiungi diligente la cassa. Aspetti di sentirti dire il classico “Hi, you’re right?” o al massimo “Hi, you OK?” seguito dal preconfezionato sorry-about-the-waiting, ma quello che ti viene sparato in faccia e’ invece un rutto, e pure bello tonante. Il tizio, senza scomporsi, ti sorride tranquillo e ti fa: sorry, luv. Sorry? No, dico, mi rutti in faccia e speri di cavartela con un sorry?
Allora, qui bisogna mettere in chiaro tre punti:
1. Non sono il tuo amore, quindi finiscila di prenderti tutta questa confidenza. L’avermi ruttato in faccia non fa di te il mio migliore amico;
2. Se speravi di conquistarmi con un rutto, devi avermi scambiata per una tua concittadina e saresti il primo mancuniano sulla Terra a farlo, visto che tutti in questa citta’ credono che io sia polacca;
3. Se sono caduta ai tuoi piedi non e’ perche’ ho cambiato idea sui punti 1 & 2, ma e’ per colpa della mezza pagnotta di pane all’aglio che ti sei sbranato per pranzo.
Sara’ il rutto libero, ma almeno al Wilkinson’s dell’Arndale sono sempre gentili. Una bella differenza con i commessi di quello al Salford Shopping City (o Salford Shitting City, come lo chiamavamo io e gli altri dei sette-sotto-un-tetto), dove gli addetti si divertivano – letteralmente! – a fare a gara a chi ti fracassava di piu’ la roba in fondo al rullo. Non c’e’ da stupirsi se la guerra civile scoppiata a Manchester ad Agosto ha trovato il suo quartier generale proprio li’.

Stamattina per la prima volta sono stata al piano in cui ci sono i contabili della nostra azienda. Abituata ad un ufficio cupo, con poche finestrelle piazzate a due metri da terra e rese ancora piu’ soffocanti da un davanzale interno spesso mezzo metro attraverso cui la luce non filtra praticamente mai, potete immaginare che faccia da idiota devo aver fatto nel momento in cui ho messo piede nell’attico e mi sono ritrovata davanti a pareti in vetro spalancate sui tetti del centro di Manchester. Una vista da togliere il fiato, specie in una giornata di sole come oggi. E noi del customer service siamo anche fortunati. Abbiamo degli oblo’, e’ vero, ma almeno li abbiamo. La povera carne da macello del centro prenotazioni non ha nemmeno quelli, duecento persone sparse per un ambiente immenso in cui ogni tanto spicca una finestrella stretta e corta. E i contabili, per contro, hanno talmente tanta luce da dover lavorare con gli occhiali da sole.
Ha ragione mia sorella. Non ho capito proprio niente dalla vita. Altro che Lettere, avrei dovuto fare Economia.