
Nottingham e’ la citta’ del verde. Ma non e’ un verde qualsiasi: e’ il verde della calzamaglia di Robin Hood.
Perfino un ignorante in fatto di miti e leggende se ne renderebbe conto. Il colore della natura e’ ovunque. E’ sulle panchine che addobbano i viali alberati, sui cestini disseminati lungo i marciapiedi affollati, sugli autobus lucenti appena rinnovati. Un verde onnipresente che riuscirebbe a nauseare perfino il piu’ fervido dei leghisti.
Cio’ che si nota subito di Nottingham e’ la sua tranquillita’. Usciti dalla stazione centrale, catapultati nel mezzo di un incrocio impossibile governato da milleuno semafori, malgrado il traffico contenuto ci si sente stranamente a proprio agio. Tanta diligenza, tanto rispetto delle regole – e, soprattutto, dei limiti di velocita’ e dei verdi pedonali! – e’ una novita’ per chi viene dal regno del caos, Manchester.
Sotto un sole cocente e un’afa che si incolla addosso come la piu’ tenace delle piovre, il primo posto di ristoro a disposizione e’ un minuscolo parco a due passi dalla stazione. Silenzio assoluto, calabroni che volano pigri sui fiori di campo, panchine infuocate e aria calda. Se ci fossero anche le cicale, potrebbe benissimo essere Italia.
Il centro di Nottingham e’ un piccolo concentrato di shopping. I negozi si susseguono gli uni dietro gli altri, ordinati, incastrati sotto palazzi di epoche diverse. Cio’ che a Londra e’ la regola e a Manchester un obbligo – vetro moderno accanto a mattone tudoriano – a Nottingham e’ un segno distintivo: non c’e’ via senza un palazzo moderno incollato ad un palazzo antico. E i negozi, quasi inconsciamente, riflettono l’epoca e lo stile dell’edificio sotto il quale sono collocati. E’ cosi’ per il nostrano Bertorelli, e’ cosi’ per l’inquietante ed intrigante Pit & Pendulum Pub.
L’ordinamento dei negozi non segue una classificazione particolare, come spesso accade nei city centre delle cittadine britanniche. A Nottingham i negozi sono disposti a… caso. L’ufficio postale piazzato accanto a Foop, il concorrente di HMW, il re della musica, la gelateria accanto all’atelier di Dorothy Perkins. A caso, appunto. Se cerchi qualcosa in particolare, non ti resta che camminare.
Il Nottingham Castle e’ un orrendo parallelepipedo piazzato in cima ad una collina a malapena in grado di dominare la citta’. Dalle sue mura di cinta si riescono a malapena a vedere i tetti delle case sottostanti, quando non addirittura dentro le finestre delle stesse. L’altezza, infatti, non e’ eccelsa. Il prezzo del biglietto per accedere al maniero e ai suoi minuscoli giardini e’ contenuto: 3.50£.
Un serioso e composto vecchietto infilato in una divisa da postino dei tempi andati se ne sta ritto sulla porta della sua torretta, all’ingresso principale. Guai tentare di entrare senza sfoderare il biglietto: lui e’ li’, pronto a far notare la sua presenza quasi invisibile con un fermo e deciso “hello!”.
Nella piu’ classica tradizione britannica out-of-London, Nottingham non ha cartelli che strillano prezzi all’ingresso dei suoi punti di interesse. Neppure il castello ne ha e i turisti, sprovveduti, non sanno che perfino l’accesso al giardino esige il suo biglietto.
Zaino in spalla, digitale in mano, varco il cancello pronta, tra un dileggio e l’altro, a fotografare un osceno Robin Hood a malapena riconoscibile tra un ramoscello e l’altro. Non ne ho il tempo. Il nonno di Massimo Troisi mi avvicina, mani dietro la schiena, e mi saluta chiedendo di mostrargli il biglietto. Viola per la vergogna, come solo la GB mi ha insegnato a diventare in situazioni simili, mi scuso e dico, con tutta l’onesta’ del mondo, che non sapevo si dovesse pagare anche per visitare il giardino. Sono andata a fare il biglietto. I tre pound e cinquanta piu’ sprecati delle ultime settimane. All’interno del castello fatiscente, stanze moderne stuccate e anonime, affollate di ciarpame che, in pochi locali, ha radunato insieme British Museum, Natural History Museum e War Museum londinesi. Mica roba da poco. Peccato che tuttora non riesco ad indovinare cosa ci facesse la divisa di un comandante della guerra del Vietnam affianco ad un vaso ellenico. E, soprattutto, cosa diavolo ci facesse tutta quella roba in un castello seicentesco.
La durata massima della visita e’, secondo l’annoiato addetto alla biglietteria, un’ora. Io ero fuori dopo dieci minuti. Compresa la sosta al costosissimo shop non-a-tema.
In una giornata in cui i termometri registrano 30 gradi e il 70% di umidita’ l’unico rifugio possibile per non soccombere all’afa simil-italiana e’ un centro commerciale. Nottingham, nel solo city centre, ne ha tre. Due di essi, il Broad Marsch Shopping Centre e il Victoria Centre sono vicini e collegati da vie traboccanti di negozi. Un’immersione shopaholic non-stop, per la gioia di mariti e portafogli.
In Gran Bretagna, come in Italia e nel resto del mondo, i centri commerciali tendono ad essere tutti uguali. Che sia a Bristol, a Manchester o a Londra, il visitatore ha delle certezze e sa che esse non verranno deluse. E’ certo di trovare almeno un HMV, un paio di Carphone Warehouse, un Footlocker, un Accessorize, un Poundland e una decina tra Millie’s, Starbucks e BB’s. Almeno finche’ non arriva a Nottingham. Benche’ addobbati dalle insegne dei negozi appena menzionati, i centri commerciali della citta’ si sbizzarriscono nel proporre alternative mai sentite prima. Acerrimi concorrenti dei piu’ conosciuti shop di cui sopra, essi difendono con le unghie e con i denti la posizione di privilegio che si sono conquistati in almeno una citta’ britannica, proponendo merce altrettanto interessante a prezzi stracciati. E obbligando una povera turista con due ore di treno non condizionato davanti a uscire bardata di sacchetti di ogni sorta. Per la modica cifra di 19 sterline e cinquanta.
Cortesia e schiettezza non sono certo due aggettivi che si sentono a casa, in questa parte del paese. Sorrisi esagerati nascondono un’insofferenza che, malgrado il bianco smagliante, trasuda da ogni singolo dente. Non ci sono vie di mezzo: o sono esageratamente esuberanti, o sono di una scortesia unica. A Nottingham piu’ che a Manchester, curiosamente. La ragazza che ha preso la mia ordinazione al bar ha letteralmente lanciato la torta nel vassoio, per poi raggiungermi col mio frullato e dirmi, con una faccia piu’ piatta di una lapide, “Enjoy it!”. Senza intonazione, senza sentimento. Come non gustarsi la merenda, dopo un invito tanto spontaneo?
C’e’ una cosa, pero’, che Nottingham ha e Manchester ha solo il venerdi’ sera: il rutto libero. In pieno giorno, improvviso, in mezzo alla gente. Potenti, liberatori, profondi. Nelle mie orecchie ne sono piovuti almeno una ventina in poche ore. Forse non meritavo di assistere a tanta classe. In fondo, io sono una semplice laureata di Bologna. Loro, per contro, devono senz’altro dividersi tra Oxford e Cambridge.
La lentezza dei treni che scorrazzano per il nord della GB dovrebbe entrare nel guinnes dei primati. Insieme alla loro modernita’, forse. Se solo quelle carrozze potessero parlare, ne avrebbero di storie da raccontare del giovane Churchill. Lo sporco che c’e’ in quei vagoni e’ altrettanto d’epoca. Il popolo conservatore per eccellenza tende a far tesoro di ogni singolo frammento di passato, ma forse qualcuno dovrebbe spiegare loro che un bicchiere accartocciato di Caffe’ Nero e un pacchetto vuoto di Doritos non sono storia: sono monnezza.
La replica, pronta, sarebbe sicuramente la seguente: se vuoi un treno pulito e moderno, salta allora su un Virgin.
E paga la modica cifra di 1.789.462 sterline.
Rientrare a Manchester e’ stato un sollievo e un incubo insieme. Ben lontana dall’avere collegamenti efficienti ed onnipresenti, Manchester obbliga chiunque sbarchi alla stazione Piccadilly a raggiungere la piazza omonima o, peggio, Deansgate per prendere un cencio di bus. Dopo un’intera giornata di cammino, sotto un sole cocente che ti ha regalato un’abbronzatura degna del piu’ rustico dei manovali, essere costretta a percorrere altri due chilometri e’ una delizia irrinunciabile.
Tra un nome e l’altro, ovviamente.

Commenti recenti