Pulita, spaziosa, ordinata, dall’accento terrificante e il sorriso pronto. Questa l’impressione che da’ di se’ Liverpool all’avventore di una giornata.
Sbarcati all’orribile stazione di Lime Street ci si ritrova catapultati nel cuore storico della citta’. Un miscuglio di antico e moderno, dove l’antico ha molto di teutonico e poco di britannico. Le imponenti facciate in stile neoclassico della Walker Art Gallery o del St. George’s Hall ricordano gli edifici viennesi e bavaresi. Il vetro, onnipresente a Liverpool esattamente come a Manchester, ben si mescola con la pietra giallastra dei palazzi antichi, donando alla citta’ un’aria disordinata e, al tempo stesso, armoniosa. Contraddizione? Puo’ darsi. Far vagare gli occhi lungo Lime Street per credere!
Quando si pensa a Liverpool si pensa ai Beatles, ovviamente. Il motivo per cui il 90% dei turisti decide di salire su un mezzo di trasporto e raggiungere questa umida citta’ di mare sono loro, i Fab4, i Favolosi Quattro. Eppure, a dispetto della fama che John, Paul, George e Ringo le hanno dato, la citta’ ha lasciato ai quattro artisti solo qualche angolo, permettendo al resto di espandersi senza l’ombra dei Beatles ad incombere su di essi. Souvenir, libri, cartoline sono di facile reperibilita’, naturalmente, ma non sono onnipresenti come ci si aspetterebbe. Non sono tanto numerosi quanto i Tower Bridge, i Big Ben e le Lilibeth a Londra, per essere chiari. E sono anche maledettamente costosi. Una tazza, 9 pound. Una maglietta, 20 pound. Una penna, 4 pound. Basterebbe scaricare qualche foto dei Beatles dal web, darle in pasto a Photobox.com per avere gli stessi, identici oggetti alla meta’ della cifra – e recapitati direttamente a casa!
Per raggiungere il museo dei Fab4 la citta’ offre ai turisti una dose generosa di frecce e cartelli. Con una viabilita’ talmente contorta da fare invidia a Manchester, il centro di Liverpool puo’ diventare una vera e propria trappola se, ingenuamente, si decide di ignorare le indicazioni e proseguire per conto proprio.
Non che seguire la mappa sia sbagliato, anzi. Permetterebbe di raggiungere l’Albert Dock, l’antico molo in cui trova asilo il Beatles Story, in una manciata di minuti in meno. Ma, com’e’ logico, impedirebbe al neoarrivato di godersi lo splendore dell’enorme parco commerciale sorto al posto dei vecchi magazzini, il Liverpool ONE.
Per i normali seguaci dei Beatles – leggi: normali ammiratori a cui non schizzano gli occhi dalle orbite al solo parlarne – il Beatles Story puo’ rivelarsi una delusione. Anzi, senza ipotetiche. E’ una delusione. Tante le immagini, le fotocopie e le riproduzioni, poca pero’ la sostanza. Belle le ricostruzioni dello Star Club, di Mathew Street e del Cavern. Poveri di significato tutti gli altri ninnoli sparsi qui e la’. La tomba di Eleanor Rigby nel mezzo di un passaggio, una parete con su dipinto il bus del Magical Mistery Tour e qualche sedia sotto, un pezzo di Yellow Submarine contornato da inquietanti sagome di cartone sparse per il corridoio: assolutamente privo di senso. I commenti audio, che nel 90% dei casi sono presi direttamente dalla Beatles Antology, non finiscono piu’ e finiscono con l’allungare un tour che, se solo si decidesse di ridurre all’osso la selezione dei brani da ascoltare, durerebbe a malapena mezz’ora. Un po’ poco, per il santuario del gruppo musicale piu’ famoso del mondo e per i 12.25 pound versati.
All’uscita dal museo, il prevedibile shop. Lato positivo: riuscire a trovare qualunque raccolta, album o singolo possibile e immaginabile. Lato negativo: il costo dei cd e dei dvd e’ triplo rispetto a quelli di HMV e Virgin.
Chi viene da Manchester e vive a Manchester non puo’ non notare la netta differenza tra essa e Liverpool. Liverpool ha strade pulite, traffico ordinato – o, comunque, piu’ ordinato! – chili giusti sulle persone, puzza di sudore assente, abbigliamento normale. Considerate le sue dimensioni e il traffico quotidiano di autoctoni e non e’ quasi sconcertante. E fa chiedere: per quale motivo Manchester, a due passi da li’, deve essere tanto sporca, puzzolente e grassa? Impossibile giungere a qualunque conclusione. Forse sono i classici 50 chilometri che fanno la differenza. A ogni modo, pulita o meno, profumata o puzzolente, Liverpool ha qualcosa in piu’ che a Manchester manca: la tranquillita’. Per quanto sovraffollate, cupe, grigie e fumose, le vie di Liverpool non innervosiscono i pedoni come accade nella vicina metropoli. La gente va avanti per la sua strada e non fissa, non schernisce, non sogghigna come accade nella vicina metropoli. Nei negozi non lanciano occhiate oblique, non controllano ogni tuo passo e – udite, udite! – salutano sorridenti quando esci. Come non accade nella vicina metropoli. Manchester e’ la terza citta’ d’Inghilterra per grandezza ed importanza ma conserva l’indifferenza, il cinismo, la bestialita’, l’incivilta’ e la rozzezza della piu’ piccola e squallida delle cittadine dimenticate da Dio. Superati i confini mancuniani tutto questo scompare. Anche a Liverpool. Per le vie del centro si aggirano uomini e donne benvestiti o vestiti con indumenti sobri. Si fanno da parte quando il marciapiede si restringe e chiedono scusa se, per errore, il lembo della loro giacca sfiora la tua. Niente occhiate contrariate, nessuno sbuffo stizzito, nessuna gomitata voluta, in caso di contatto. I classici 50 chilometri che fanno la differenza, appunto. Anche se sono in molti a sostenere che Liverpool sia perfino piu’ brutta, cupa e triste di Manchester. Forse dovrei tornarci in un giorno di pioggia per fare un paragone diretto. Finche’ continuero’ a serbarne un ricordo soleggiato, ricordo che a Manchester e’ piu’ raro di un asino volante, Liverpool continuera’ a piacermi piu’ della sua parente stretta.
Le zone palesemente per turisti sono principalmente due: l’Albert Dock e Mathew Street. La prima offre al visitatore una deliziosa selezione di botteghe di stampo marittimo, musei e bar, dando l’impressione che non sia propriamente il posto che intende essere, ovvero il luogo in cui lasciare la meta’ dello stipendio. Il secondo, al contrario, non fa nulla per camuffarsi: vetrine, macchine fotografiche e manifesti strillano da ogni angolo che quello, piu’ di qualunque altro, e’ il posto in cui un fan dei Beatles deve essere. Peccato che per entrare al Cavern occorra superare una fila di bodyguards e sganciare molti, troppi pound. Stessa cosa dicasi per i vari negozi di gadgets sparsi lungo la via. Costosi, ripetitivi e noiosi. Insomma, merce facilmente reperibile in qualunque altro punto del globo senza per questo dover pagare decine di sterline.
Rifugiarsi in un anonimo pub irlandese e’ la soluzione piu’ economica ed intelligente. Ottimo sidro, ottima birra, ambiente caratteristico e portafogli salvo. Uno smacco ai classici e sovraffollati Hard Rock Cafe’ e Higsons.



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