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Author: Juana
• mercoledì, ottobre 28th, 2009

tube_bigben

L’aereo ha giusto terminato di frenare e gia’ il simpatico felsineo di fronte a te risponde al telefono. Con voce lamentosa annuncia al suo interlocutore di essere appena atterrato a Stansted e si scusa per non aver risposto al suo messaggio: in quota in cellulare non prendeva molto bene.
Fingi di non sentirlo, allo stesso modo in cui lui ha finto di non sentire il pilota quando, in fase di decollo, aveva chiesto di spegnere qualunque apparecchio, inclusi i BlackBerry in stand-by. Con l’ignoranza di chi non ha mai sperimentato l’essere un businessman col cellulare sempre in fermento, ti chiedi se era proprio indispensabile lasciare acceso il telefono nelle due ore di volo. Mentre tu rimugini su questo, certa di stare assistendo alla chiamata di lavoro piu’ importante della storia, il tipo saluta l’interlocutore dicendo “Ci vediamo a casa tua per una partita, quando torno!”.

Manchester – tra l’altro – ha dei collegamenti con l’Italia che fanno andare in bagno. Se a questo non trascurabile dettaglio combiniamo la necessita’ del portafogli di usufruire dei voli RyanAir e’ la fine: ti ritrovi a sperimentare il giro del mondo in 80 pound.
Sbarcare a Stansted e arrivare a Manchester: provateci. Impossibile? No di certo. Dispendioso? No, se sapete come muovervi. Ma e’ snervante. Stansted Express fino a Liverpool Street – dopo aver sperimentato i ripetuti blocchi della stazione di Tottenham Hale, in passato, chi ci vuole scendere piu’? – metro fino a Euston e, da li’, attesa di due ore per prendere l’unico treno Virgin abilitato al biglietto acquistato. Due ore di viaggio, arrivo alla stazione di Piccadilly a Manchester e, infine, attesa di mezz’ora per salire su uno degli efficienti autobus in grado di portarti a casa.
Costo totale del viaggio solo in terra britannica: 60 pound, 8 ore e 6 mezzi di trasporto. Non male, per essere nel 2009!

L’arrivo a casa alle 6 del pomeriggio e’ solo l’ultima tappa di un viaggio iniziato alle sei e mezza del mattino nelle campagne emiliane. RyanAir, per tenere fede al suo nome di compagnia dei parsimoniosi, tra il 24 e il 30 Ottobre non aveva voli disponibili. Bologna-Stansted, Treviso-Liverpool, Brescia-Stansted, Bologna-Birmingham, Ancona-Stansted: le ho provate tutte. In alcuni casi i voli c’erano, ovviamente, ma a prezzi perfino superiori a quelli di FlyBe e BA. Tutto cio’ senza contare il costo dei treni per arrivare poi a Manchster.
Dovendo essere di nuovo al lavoro il 30, l’unica soluzione possibile e’ stata dunque la tratta Treviso-Stansted: 14.99€ inclusivi di valigia e tasse aeroportuali. L’aeroporto di Treviso, apparso cosi’ raccolto, vuoto ed efficiente la sera del mio arrivo, si e’ rivelato una trappola mangiasoldi. La macchinetta del parcheggio ha conteggiato un’ora di sosta mentre i minuti erano solo 45, gli unici due bar avevano prezzi degni di Costa Caffe’ e il controllo di sicurezza e’ stata un’alternanza di caos, disorganizzazione e code. La poliziotta addetta al controllo degli apparecchi elettronici ha chiuso il mio portatile tra i due contenitori con la mia roba, graffiandolo. Nella fretta di farci togliere di mezzo, inoltre, hanno fatto di tutti i vestiti e di tutte le scarpe un unico mucchio in fondo ai rulli.
Superato il caotico e massiccio controllo di sicurezza ci siamo ritrovati tutti insieme in coda per il controllo dei passaporti. Tirana, Stansted, Girona: eravamo tutti li’. Quattro sportelli disponibili, uno solo aperto. L’addetto, figlio della calma in persona, ha impiegato 25 minuti per controllare i documenti delle quaranta persone di fronte a me – si’, ho avuto il tempo di contarle!
Alla fine della scala d’accesso ai gate, il mondo intero. Un serpentone di gente che dalla porta d’accesso all’hangar si srotolava lungo il minuscolo spazio a disposizione. I “non posso credere a cio’ che sto vedendo!”, gli “e’ semplicemente ridicolo!” e i “deve essere uno scherzo!” dei viaggiatori inglesi, seguiti dai miei “I perfectly agree with you, Madam!”, sono andati avanti per tutta la mezz’ora in cui siamo rimasti in attesa di un imbarco che sarebbe dovuto avvenire quasi un’ora prima. Tuttavia, c’e’ stata almeno una coincidenza bizzarra che mi ha fatto sorridere tra un borbottio e l’altro: fare la fila accanto a una matricola di nome Jonathan Davies non ha prezzo!

Salire in Italia su un aereo RyanAir diretto a Londra garantisce un viaggio all’insegna dei turisti nostrani piu’ particolari. Due ore di commenti, esclamazioni e battute: da non poterne piu’. Per poi chiudere il tutto con un bell’applauso al momento dell’atterraggio, ovviamente. Non ho resistito alla tentazione di controllare le facce degli inglesi: erano incollati alle loro poltrone come se avessimo appena avuto un vuoto d’aria. Il loro avviarsi verso l’interno dell’aeroporto e’ stato composto e ordinato, al contrario del caotico arrancare dei gruppi di italiani. Una scena alla quale Manchester ti disabitua, quella degli italiani rumorosi e casinisti. In terra mancuniana, infatti, c’e’ chi, in quanto a caos, ci batte. Il nostro primato, pero’, sta nel riuscirci senza bere neppure uno Spritz.

Un’altra cosa alla quale Manchester ti disabitua e’ la pulizia. I vagoni dello Stansted Express e della Tube sembrano riflettere la tua immagine perfino dal linoleum a terra. Se la Tube sembra pulita, potete immaginare cosa significhi viaggiare su un autobus mancuniano.
Nelle viscere della metro londinese ti accorgi che quell’odore di ferro, quel caos, quel fare a pugni dei turisti con cancelli e Oyster ti e’ mancato piu’ di quanto pensassi. Ti destreggi con naturalezza nel fiume di persone, salti sui convogli senza neppure guardare la cartina delle linee. E, ovviamente, finisci dalla parte sbagliata. E’ un classico. Sette mesi di lontananza e quella Central Line che conoscevi cosi’ bene di colpo decide di portarti nella direzione opposta. La signorina nell’altoparlante ti ricorda che stai andando ad Epping, ma e’ verso West Ruislip che dovresti viaggiare. Ammesso che nel transito tra la zona 2 e la zona 1 il treno non si fermi in un tunnel e resti li’ a stagionare mezz’ora, come spesso succede.

Gli inglesi leggono molto e leggono di tutto. Nei vagoni della Tube, sui binari mentre aspettano, lungo le scale mobili, in strada: hanno sempre qualcosa da leggere tra le mani. E anche di questo, cosi’ come del caos ordinato e della pulizia, me ne ero dimenticata. A Manchester nessuno legge. Dovendo fare una stima, in strada e’ possibile vedere una sola persona su venti aprire il quotidiano offerto dal distributore di turno. Le pile dei giornali restano li’ a marcire fino alla mattina dopo, quando qualcuno passa per rimpiazzarle con copie fresche di stampa. Una mancanza che non deve stupire, se si considera l’altissimo tasso di mancuniani sgrammaticati. Manchester e’ una delle poche citta’ in cui gli stranieri conoscono grammatica inglese e spelling meglio dei madrelingua. Una mancanza che, tuttavia, non frena gli autoctoni dal fingere di non sentire/capire/voler rispondere se e quando interpellati da chi considerano outsider.

Author: Juana
• giovedì, agosto 27th, 2009

lvp-beatles-story

Pulita, spaziosa, ordinata, dall’accento terrificante e il sorriso pronto. Questa l’impressione che da’ di se’ Liverpool all’avventore di una giornata.
Sbarcati all’orribile stazione di Lime Street ci si ritrova catapultati nel cuore storico della citta’. Un miscuglio di antico e moderno, dove l’antico ha molto di teutonico e poco di britannico. Le imponenti facciate in stile neoclassico della Walker Art Gallery o del St. George’s Hall ricordano gli edifici viennesi e bavaresi. Il vetro, onnipresente a Liverpool esattamente come a Manchester, ben si mescola con la pietra giallastra dei palazzi antichi, donando alla citta’ un’aria disordinata e, al tempo stesso, armoniosa. Contraddizione? Puo’ darsi. Far vagare gli occhi lungo Lime Street per credere!

Quando si pensa a Liverpool si pensa ai Beatles, ovviamente. Il motivo per cui il 90% dei turisti decide di salire su un mezzo di trasporto e raggiungere questa umida citta’ di mare sono loro, i Fab4, i Favolosi Quattro. Eppure, a dispetto della fama che John, Paul, George e Ringo le hanno dato, la citta’ ha lasciato ai quattro artisti solo qualche angolo, permettendo al resto di espandersi senza l’ombra dei Beatles ad incombere su di essi. Souvenir, libri, cartoline sono di facile reperibilita’, naturalmente, ma non sono onnipresenti come ci si aspetterebbe. Non sono tanto numerosi quanto i Tower Bridge, i Big Ben e le Lilibeth a Londra, per essere chiari. E sono anche maledettamente costosi. Una tazza, 9 pound. Una maglietta, 20 pound. Una penna, 4 pound. Basterebbe scaricare qualche foto dei Beatles dal web, darle in pasto a Photobox.com per avere gli stessi, identici oggetti alla meta’ della cifra – e recapitati direttamente a casa!
Per raggiungere il museo dei Fab4 la citta’ offre ai turisti una dose generosa di frecce e cartelli. Con una viabilita’ talmente contorta da fare invidia a Manchester, il centro di Liverpool puo’ diventare una vera e propria trappola se, ingenuamente, si decide di ignorare le indicazioni e proseguire per conto proprio.
Non che seguire la mappa sia sbagliato, anzi. Permetterebbe di raggiungere l’Albert Dock, l’antico molo in cui trova asilo il Beatles Story, in una manciata di minuti in meno. Ma, com’e’ logico, impedirebbe al neoarrivato di godersi lo splendore dell’enorme parco commerciale sorto al posto dei vecchi magazzini, il Liverpool ONE.

Per i normali seguaci dei Beatles – leggi: normali ammiratori a cui non schizzano gli occhi dalle orbite al solo parlarne – il Beatles Story puo’ rivelarsi una delusione. Anzi, senza ipotetiche. E’ una delusione. Tante le immagini, le fotocopie e le riproduzioni, poca pero’ la sostanza. Belle le ricostruzioni dello Star Club, di Mathew Street e del Cavern. Poveri di significato tutti gli altri ninnoli sparsi qui e la’. La tomba di Eleanor Rigby nel mezzo di un passaggio, una parete con su dipinto il bus del Magical Mistery Tour e qualche sedia sotto, un pezzo di Yellow Submarine contornato da inquietanti sagome di cartone sparse per il corridoio: assolutamente privo di senso. I commenti audio, che nel 90% dei casi sono presi direttamente dalla Beatles Antology, non finiscono piu’ e finiscono con l’allungare un tour che, se solo si decidesse di ridurre all’osso la selezione dei brani da ascoltare, durerebbe a malapena mezz’ora. Un po’ poco, per il santuario del gruppo musicale piu’ famoso del mondo e per i 12.25 pound versati.
All’uscita dal museo, il prevedibile shop. Lato positivo: riuscire a trovare qualunque raccolta, album o singolo possibile e immaginabile. Lato negativo: il costo dei cd e dei dvd e’ triplo rispetto a quelli di HMV e Virgin.

Chi viene da Manchester e vive a Manchester non puo’ non notare la netta differenza tra essa e Liverpool. Liverpool ha strade pulite, traffico ordinato – o, comunque, piu’ ordinato! – chili giusti sulle persone, puzza di sudore assente, abbigliamento normale. Considerate le sue dimensioni e il traffico quotidiano di autoctoni e non e’ quasi sconcertante. E fa chiedere: per quale motivo Manchester, a due passi da li’, deve essere tanto sporca, puzzolente e grassa? Impossibile giungere a qualunque conclusione. Forse sono i classici 50 chilometri che fanno la differenza. A ogni modo, pulita o meno, profumata o puzzolente, Liverpool ha qualcosa in piu’ che a Manchester manca: la tranquillita’. Per quanto sovraffollate, cupe, grigie e fumose, le vie di Liverpool non innervosiscono i pedoni come accade nella vicina metropoli. La gente va avanti per la sua strada e non fissa, non schernisce, non sogghigna come accade nella vicina metropoli. Nei negozi non lanciano occhiate oblique, non controllano ogni tuo passo e – udite, udite! – salutano sorridenti quando esci. Come non accade nella vicina metropoli. Manchester e’ la terza citta’ d’Inghilterra per grandezza ed importanza ma conserva l’indifferenza, il cinismo, la bestialita’, l’incivilta’ e la rozzezza della piu’ piccola e squallida delle cittadine dimenticate da Dio. Superati i confini mancuniani tutto questo scompare. Anche a Liverpool. Per le vie del centro si aggirano uomini e donne benvestiti o vestiti con indumenti sobri. Si fanno da parte quando il marciapiede si restringe e chiedono scusa se, per errore, il lembo della loro giacca sfiora la tua. Niente occhiate contrariate, nessuno sbuffo stizzito, nessuna gomitata voluta, in caso di contatto. I classici 50 chilometri che fanno la differenza, appunto. Anche se sono in molti a sostenere che Liverpool sia perfino piu’ brutta, cupa e triste di Manchester. Forse dovrei tornarci in un giorno di pioggia per fare un paragone diretto. Finche’ continuero’ a serbarne un ricordo soleggiato, ricordo che a Manchester e’ piu’ raro di un asino volante, Liverpool continuera’ a piacermi piu’ della sua parente stretta.

Le zone palesemente per turisti sono principalmente due: l’Albert Dock e Mathew Street. La prima offre al visitatore una deliziosa selezione di botteghe di stampo marittimo, musei e bar, dando l’impressione che non sia propriamente il posto che intende essere, ovvero il luogo in cui lasciare la meta’ dello stipendio. Il secondo, al contrario, non fa nulla per camuffarsi: vetrine, macchine fotografiche e manifesti strillano da ogni angolo che quello, piu’ di qualunque altro, e’ il posto in cui un fan dei Beatles deve essere. Peccato che per entrare al Cavern occorra superare una fila di bodyguards e sganciare molti, troppi pound. Stessa cosa dicasi per i vari negozi di gadgets sparsi lungo la via. Costosi, ripetitivi e noiosi. Insomma, merce facilmente reperibile in qualunque altro punto del globo senza per questo dover pagare decine di sterline.
Rifugiarsi in un anonimo pub irlandese e’ la soluzione piu’ economica ed intelligente. Ottimo sidro, ottima birra, ambiente caratteristico e portafogli salvo. Uno smacco ai classici e sovraffollati Hard Rock Cafe’ e Higsons.

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Author: Juana
• sabato, agosto 22nd, 2009

blackpool-sea

Il mare e’ sempre il mare. Quando il mare diventa oceano, poi, e’ stupendo per definizione.
In un’insolita, inaspettata ed imprevista giornata di sole cocente io e altri due amici siamo sbarcati a Blackpool, la Rimini del nord della GB.
Alcuni la conoscono come la Las Vegas d’Inghilterra, altri come la citta’-parco giochi, altri ancora come la capitale gay del Nord. Dipende da cosa si cerca in essa, ovviamente. A mio giudizio, Blackpool e’ tutte queste cose insieme e, per via dell’accozzaglia che ne deriva, nessuna.

Il treno che da Manchester Piccadilly scarica turisti e bagnanti alla stazione North di Blackpool e’ un moderno Transpennine Express gestito dalla First. Rigorosamente a gasolio, come vuole la tradizione dei trasporti pubblici qui, con un’aria condizionata capace di rendere i passeggeri tante salme criogenizzate.
La stazione nord di Blackpool e’ diversa da qualunque altra stazione. Un’enorme scatola di cemento sulla quale si affacciano tante porte antipanico contrassegnate ciascuna da un numero: il numero del binario sul quale si affaccia. Alle pareti, dei manifesti. In alto, dei buchi vetrati per far entrare un po’ di luce. Insomma, sembra la palestra di un vecchio liceo. Oltre l’ufficio informazioni, un piccolo gionalaio. Nessun segno del classico micro-WHSmith. Dove comprare la mappa della citta’, ora?
All’uscita della stazione, la classica macchinetta sputacartine. Inseriamo il nostro pound e aspettiamo. Aspettiamo. La mappa di Blackpool non esce. L’ufficio informazioni e’ molto chiaro in merito: le ha mangiato un pound, vero?
“Le ha mangiato un pound, vero?”
Non so se sia stato piu’ disappointing sentirsi anticipare dal tipo cos’era successo li’ fuori o sentirsi dire, in tono noncurante, “mi dispiace, purtroppo siamo a conoscenza del problema e non possiamo fare niente!”.
Decisamente, un ottimo benvenuto, Blackpool!

Mentre ci incamminiamo lungo Talbot Road, diretti verso l’oceano, la sensazione che ho guardandomi intorno e’ di star facendo un salto indietro nel tempo. Le case, basse e mangiate dall’umidita’, i negozietti appiccicati, l’aria salmastra e lo stridere dei gabbiani sono i medesimi incontrati gia’ a Brighton mesi fa. E, proprio come Brighton, anche Blackpool ha il suo Pier. Anzi: a differenza di Brighton, ne ha ben tre.
I pier nelle citta’ marittime inglesi sono un po’ l’equivalente dei nostri moli. Piattaforme in legno sospese sull’acqua sopra le quali alloggiano chioschi, bancarelle, giostre, attrazioni di ogni tipo. E bagni, i quali, ovviamente, scaricano direttamente sull’acqua senza premurarsi affatto di raccogliere tutto in una vasca di contenimento. Guardare i bambini che si tuffano all’ombra dei pier diventa un disgustoso divertimento. Praticamente, fanno il bagno nella pipi’ dei turisti. Turisti che, tanto per cambiare, si adeguano bene alla collocazione geografica della citta’ che stanno visitando.
Se a Manchester le persone sono particolari, a Blackpool diventano addirittura peculiari. Anziane signore grosse come balene se ne vanno in giro in jeans e maglietta sulla quale e’ scritto “birthday girl” mentre aspettano fuori dalle toilette il ritorno della loro compagna di viaggio, la quale ha a sua volta indosso una tenuta da liceale e un orrendo paio di occhiali da sole a forma di chitarra. Bambinette con gambe sottili come stecchini si ingozzano di salsicce fritte massaggiandosi la pancia spropositata e due maniglie laterali che mai ci si aspetterebbe di scorgere addosso a chi ha a malapena spento otto candeline. Padri accaldati si aggirano per le giostre a petto nudo, faticando a muoversi per colpa del loro parto trigemellare in arrivo.
Un circo vivente, questa la sensazione che si ha aggirandosi sulle piattaforme sospese dei Pier. Un circo vivente con tanto di maga di turno, una per ciascun molo. Una bella differenza con l’ordine aristocratico di Brighton. Ma, dopotutto, come resistere alla maga Petolenka di Blackpool? Un nome, un programma. Basta ricordarsi di indossare la mascherina.

Cio’ che sciocca di Blackpool e che porta i nuovi arrivati stranieri – o, per lo meno, i non made in North UK – a camminare con la bocca dischiusa e’ il suo lungomare. Da un lato, una barricata di lavori in corso “per migliorare la viabilita’ pedonale e fermare lo spreco di acqua non depurata nella nostra citta’”. Dall’altro, una fila infinita di locali le cui facciate principali raggruppano in un unico ammasso di cartapesta gli aspetti piu’ pacchiani di Disneyland, Gardaland e Movieland insieme. Un caseggiato al cui interno alloggiano slotmachines, biliardi, fruitmachines saluta i nuovi arrivati con un monumentale teschio addobbato da torrette in rovina, tesori e pappagalli giganti. Un negozio di jeans e vestiti sportivi firmati invita le persone a farsi avanti attraverso un Indiana Jones che si cala e sale instancabile da una corda. E che dire della Torre di Tokio formato tascabile?

Blackpool e’ come un immenso parco a tema chiuso entro i confini di una citta’. Ogni suo singolo dettaglio sembra calcolato per stupire e, in qualche modo, intrattenere. Londra ha i suoi double-decker rossi e le sue cabine telefoniche, Manchester i suoi terribili monumenti e i suoi cestini fucsia. Blackpool ha i mezzi di trasporto. Ciuchini, cavalli con calesse, tram che sembrano scatole di carne Spam su rotaia o, peggio, pseudo-vaporetti lagunari. La tua macchinetta scatta foto impazzita, ti sembra di non riuscire a cogliere tutto: c’e’ davvero troppo da fotografare. I tuoi poveri occhi da persona normale non sono abituati a tanta atipicita’. Hai paura che, se non riuscissi ad immortalare l’antenato dell’Orient Express, poi nessuno ti crederebbe al sentirlo raccontare. Cosi’ come nessuno potrebbe mai credere che a Blackpool esistano Cenerentole che accettino di prestare la propria coupe’ ai turisti.

Come in tutti i luoghi turistici – e, soprattutto, come in tutti i luoghi turistici del Nord dell’Inghilterra – a non mancare sono i posti in cui mangiare. Ce ne sono a migliaia, piu’ di quanti un’orda da un milione di affamati possa mai averne bisogno. Piatti fritti fritti fritti si alternano a ciambelle grondanti di iced cover e dolciumi in grado di far esplodere il fegato di chiunque al primo morso. Qua e la’, sparsi ma vistosi, i chioschi delle cosiddette rocks. Sono ovunque, di ogni dimensione e colore. E tu, povera, ignorante straniera che ha visto solo Brighton prima, ti chiedi: ma questi diavolo di bastoni di zucchero dove sono nati, in realta’?
Il posto piu’ promettente si rivela essere un certo Pablo’s, una frittoria che sfoggia entusiasta la dicitura “Fish&Chips & IceCreams!” sulle sue insegne. Gelato mescolato a patatine fritte e pesce panato… come non andare?
Impiegheremo mesi a smaltire tutto l’olio bevuto grazie a quell’ammasso di frittura non asciugata mangiato oggi. Cosi’ come impiegheremo un po’ a digerire la cortesia innata dell’addetta, che ci ha abbandonati al banco mezz’ora prima di consegnarci l’ordine – che fosse andata al molo a cogliere il pesce da friggere? – o i 20p per la bustina da mezzo grammo di salsa. Ma, si sa, certi luoghi nascono e crescono grazie ai soldi stillati ai turisti, siano essi il pound per la mappa della citta’ o i 20 pence per una micro bustina di ketchup.

La parte piu’ bella di Brighton e’ proprio la sua spiaggia. Sassi enormi, sassi microscopici, acqua che si infrange su essi creando uno stridore degno di una casa infestata. Il vento e’ spossante, l’aria bagnata di sale, l’acqua di un blu accecante, lo spettacolo meraviglioso.
Per contro, la spiaggia di Blackpool e’ in realta’ una fila infinita di scale in cemento che sprofondano direttamente in un’acqua color nocciola. Su di essa galleggia di tutto, dalla pipi’ dei turisti di cui sopra alle bottiglie agli incarti dell’onnipresente McDonald ai gabbiani morti. L’idea esaltante di affondare i piedi nell’oceano si e’ spenta nell’istante esatto in cui abbiamo posato lo sguardo su quella schiuma marroncina che sapeva tanto di frappe’ al cioccolato.
Nel primo pomeriggio il mare inizia a ritirarsi per la notte. Le scale, fino ad un’ora prima sprofondate nella sua acqua castagna, si stagliano asciutte sopra una distesa di sabbia e pozzanghere salmastre. Le persone si sostituiscono all’acqua, invadendo ogni metro quadro di spiaggia libero. Inseguono il mare, a decine di metri dalla scala cementosa, e si tuffano con vestiti, scarpe, cappelli ancora indosso. I bambini scavano felici armati di secchiello e paletta, i genitori si godono il sole su sdraio che fino a quella mattina erano stati costretti ad aprire di sopra, praticamente nel parcheggio, tra una rete di lavori in corso e l’altra.
Se la mattina quei bambini affondavano i piedi nei rifiuti delle toilette soprastanti, viene da chiedersi che tesori troveranno ora che non c’e’ piu’ neppure l’acqua a portarli via.

E’ impossibile formulare un giudizio su Blackpool. L’impressione generale che si ha e’ quella di city that puzzles your sight: colori, forme, insegne, decorazioni onnipresenti, tutto va a contribuire a spossare e confondere il visitatore. Il mare c’e’ ed e’ stupendo, nonostante il suo colore discutibile, ma come goderselo se si e’ costretti a percorrerlo sulla strada, su un marciapiede a ridosso delle rotaie del tram, o su delle scale tormentate dalle onde?

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