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Sulla porta in vetro dello Starbucks all’angolo tra Peter Street e Mount Street spicca un cartello: causa recenti disordini cittadini, questo caffe’ oggi chiudera’ alle 4. Ci scusiamo per qualunque disagio.
We apologise for any inconvenience. So British! Il city centre e’ stato messo a ferro e fuoco fino a dodici ore fa ma loro pensano a scusarsi con i clienti per i possibili disagi. Salvare la faccia, sempre. Anche quando tutta Europa guarda attonita a quella che, ormai, e’ sotto ogni aspetto una guerra civile. Qui, in Gran Bretagna. Anzi, no, chiedo venia. In Inghilterra. Gli allegri scozzesi e i riottosi irlandesi per una volta se ne sono rimasti a guardare. Pur di distinguersi dagli odiati inglesi sarebbero stati capaci di lanciare fiori sugli incappucciati inferociti. E sarebbero sicuramente stati piu’ armati della polizia con i suoi manganelli di gomma. Perche’, naturalmente, la polizia non puo’ sparare sulla folla neppure quando questa ha una pistola. Hanno dato l’ordine di usare gli idranti, se necessario (risata ilare). In effetti, per gente allergica alle docce sarebbe la punizione ideale.
La rinuncia all’uso delle armi da fuoco da parte della polizia e’ comprensibile. In fondo, e’ per una pallottola di troppo che si e’ scatenato il finimondo. Scusa o no, la morte di Mark Duggan ha dato un ottimo motivo agli insoddisfatti abitanti di Tottenham per mettere a ferro e fuoco i loro stessi negozi. Alla fine dei quattro lunghi giorni di Londra intere famiglie si sono ritrovate senza attivita’ e senza casa, dopo aver visto tutti i loro beni andarsene letteralmente in fumo insieme al posto che dava loro da mangiare. La domanda che non posso fare a meno di continuare a chiedermi e’: perche’?
Per combattere contro qualcosa di cui devono ancora metterci a conoscenza hanno buttato i loro vicini di casa e amici in mezzo a una strada. Ha senso?
Di fronte alle immagini delle notti londinesi qualcuno potrebbe essere tentato di fare paragoni con le rivolte delle banlieues parigine del 2005. Il paragone non potrebbe essere meno calzante: sono due episodi completamente diversi. I sobborghi di Parigi erano in rivolta perche’ i suoi abitanti in esilio erano stati confinati in un inferno in cui perfino permettersi di mandare i propri figli a scuola era diventato un lusso. I sobborghi di Parigi erano in rivolta perche’ non avevano pane e non potevano permettersi neppure le brioches. I riottosi di Londra, Birmingham, Manchester e Nottingham sono in rivolta perche’ non hanno il televisore LCD e non vogliono aspettare di avere i soldi per comprarlo e hanno risolto sfondando le vetrine di Currys.
A Parigi le rivolte avvennero all’insegna di auto bruciate, cassonetti incendiati e mattoni volanti. In Inghilterra le rivolte sono avvenute all’insegna del jeans firmato strappato via dal manichino oltre la vetrina sfondata di fresco. Se ci eravamo scioccati di fronte alle immagini da fronte di guerra della capitale francese, allora dovremo ricrederci di fronte alle immagini di Londra e di Manchester: intere attivita’ sono state spazzate via dal fuoco o dalla razzia di ragazzini con la voglia di scarpe nuove (Vans Shoes Store, Church Street, Northern Quarter, Manchester – giusto per citarne uno).
Se ci soffermiamo a pensare al senso di quanto e’ successo non lo troviamo. Forse perche’ non ne ha. Vivo in questo Paese da quasi tre anni e quanto ho visto, vissuto e sentito negli ultimi giorni sfugge a qualunque mia comprensione. Non riesco a far combaciare l’immagine che ho degli inglesi – stiff upper lip, always – con le orde di pazzi scatenati che hanno disintegrato il centro di Manchester. Perfino per una citta’ come questa – con i suoi propri costumi, inondati da abbondanti fiumi d’alcool – e’ troppo. E fa rabbia pensare che non c’e’ una ragione per quanto e’ successo. Se fermassimo uno degli incappucciati che hanno sventrato Footasylum all’Arndale ieri notte e gli chiedessimo per quale motivo lui e i suoi amici lo stanno facendo, le rivendicazioni che lancerebbe sarebbero degne del peggior film trash.
E’ comprensibile che si voglia lottare contro qualcosa e per qualcosa. E’ comprensibile che nella lotta ci siano caduti e ci siano danni. Ma rubare?
Due settimane fa ero di fronte a una pinta con un paio di amici quando dissi queste testuali parole: non so se sono io ad essere arrivata al capolinea o se e’ questa citta’ ad essere diventata piu’ nervosa, so soltanto che non reggo piu’ la pressione.
Il nervosismo in strada, o al lavoro da parte dei clienti, o durante le file alle casse di Tesco, o in Market Street il sabato pomeriggio negli ultimi mesi era triplicato. A nessuno, neppure a me, piace ammazzarsi di lavoro tutto il mese per poi arrivare al 30 e non potersi permettere neppure un paio di scarpe nuove o un weekend fuori. Tesco, il grande monopolista del Nord, ha aumentato i prezzi di tutti i suoi prodotti a volte anche del 50% per poi prenderci in giro con offerte che riducono i costi di quegli stessi beni solo di pochi centesimi – ma chiamandole “great deal”. Primark, catena di negozi di abbigliamento fatto di cartapesta da sempre sinonimo di risparmio, ha smesso di essere conveniente. Quando perfino Primark diventa proibitivo, significa che c’e’ davvero qualcosa che non va. Certo non avrei mai potuto immaginare questo. Di fronte alle immagini viste ieri sera sul sito della BBC non mi esalto neppure di fronte alla scoperta che la causa della mia insofferenza non fosse dovuta alla mia solita allergia a Manchester.
In un lavoro in cui sei quotidianamente a contatto diretto con i clienti e’ inevitabile che il nervosismo del popolo, specie di un popolo che non si fa scrupoli a ricorrere all’insulto libero e a ristabilire continuamente la differenza di classe (No no no no, you listen to me, I am the customer!, ovvero “io sono il cliente, tu sei solo una merda del centro servizi”), si trasmetta a te. Lo noti in ogni email e in ogni chiamata che ricevi. Per un popolo perennemente aggressivo, trovarsi a fronteggiare una crisi economica come quella che si e’ scatenata dall’inizio del 2011 e’ la scusa per diventare ancor piu’ intolleranti e irascibili. Se, poi, in tale momento di crisi un’azienda di servizi causa loro problemi e fa perdere loro fosse solo anche un solo centesimo… che Dio ci aiuti. Ci saranno intere giornate di agenti in lacrime in bagno e supervisori pronti a battere loro sulla spalla mormorando “hold on!”, tieni duro. No, io non tengo duro. Io spacco loro la faccia.
Che sia un po’ questo lo spirito che ha portato quella gente a sfondare le vetrine, ieri? Puo’ darsi. Di certo la sola cosa che ha ottenuto e’ stata creare nei cittadini di Manchester, inclusa la sottoscritta, un livore senza precedenti: perche’ in un periodo economico nero devono causare danni che andranno a disintegrare la gia’ infima stabilita’ dell’economia inglese? Chi paghera’ per tutto questo? Non certo loro. Loro vivono di benefits e dove non arrivano i benefits ci pensano i figli. Un tot a te per ogni figlio che sforni, orgogliosa mamma single del cui figlio non conosci il padre. Certo, nessuno puo’ sopravvivere coi benefits pagati con le tasse sullo stipendio di noi poveri idioti lavoratori dipendenti. Percio’ una scappatina da Diesel in Lloyd Street ci sta sempre bene. Vuoi mettere quant’e’ figo andare in giro col jeans firmato a costo zero?
Il capo della sicurezza di Manchester ha ammesso ieri sera di “essersi preparati all’evenienza che le lotte di Londra, Bristol, Birmingham e Liverpool potessero estendersi anche a Manchester”. Il piano d’azione era stato stilato ieri mattina. Le lotte londinesi andavano avanti da tre giorni e loro si sono messi a tavolino solo quando esse hanno raggiunto anche Liverpool, ovvero una citta’ a sessanta chilometri da qui. E che dire del Parlamento? Le rivolte a Londra sono iniziate lo scorso giovedi’ ma loro si riuniranno domani, ovvero a una settimana esatta dalla comparsa dei primi scontri. “It is now clear we have a problem with gangs in our country”, dice Cameron. Oh la’ la’, finalmente se ne e’ accorto! Qualcuno ha una spiegazione razionale sul perche’ non sono andati in riunione di emergenza la scorsa notte? E che dire della Famiglia Reale? Il fatto che Buckingham Palace non sia stato messo a ferro e fuoco li fa sentire in dovere di non spendere una sola parola su quei morti di fame del (loro) popolo che s’ammazzano tra di loro? C’e’ chi ha suggerito che i reali possano esprimersi solo se invitati a farlo dal primo ministro. Bene. In un momento del genere loro pensano a seguire il protocollo, le procedure. In questo non si puo’ certo dire che non siano i rappresentanti del popolo inglese: gli inglesi vivono di procedure. Perfino per uccidere la mamma si atterrebbero alle procedure. Ma, mi chiedo, e’ proprio il caso di attenersi alle regole in una situazione del genere? L’esperienza del 31 Agosto 1997 non ha insegnato loro niente? E se proprio Sua Maesta’ non puo’ esprimersi perche’ il protocollo lo vieta, che dire dei giovani rampolli reali?
Mentre le loro citta’ principali venivano messe a tappeto, i loro canali su Twitter e Facebook si preoccupavano che tutti i loro followers sapessero che il cambio della guardia a Balmoral sarebbe regolarmente avvenuto all’ora tot del giorno tot.
Lo tsunami del Dicembre del 2004 mostro’ al mondo per la prima volta la reale potenzialita’ di Twitter. Una potenzialita’ che si e’ riconfermata durante il terremoto in Giappone a Marzo di quest’anno. Nessuna testata, stazione radio o canale televisivo potranno mai fornire una simile mole di aggiornamenti in tempo reale e dalle parti piu’ disparate delle realta’ coinvolte.
Tra le sette di ieri sera e l’una di stanotte Twitter (canali #manchesterriots, #londonriots e #afflecks) e’ stato il solo mezzo di cui ho potuto godere per avere notizie in tempo reale su Londra e su quanto stava succedendo a un chilometro da casa mia. Senza televisione e con l’allowance della mia adsl arrivata al limite, di colpo mi sono ritrovata senza piu’ la BBC a mostrarmi le immagini e senza nessuna possibilita’ di sapere come si stesse evolvendo la rivolta. Twitter e’ stato in grado, grazie agli aggiornamenti di chi, come me, era incollato alle finestre, di fornirmi informazioni in tempo reale e attendibili sulla guerra esplosa a Manchester dal tardo pomeriggio. Una vera vox populi che nel momento di massima tensione ieri ha fornito per il canale #manchesterriots oltre 100 tweet al minuto. Rumors dicono che la stessa polizia si sia servita di questi stessi canali per capire dove far intervenire le sue squadre: grazie ai resoconti in tempo reale dei cittadini sapevano dove si stesse spostando la massa dei rivoltosi. Un mezzo meraviglioso.
Immaginate di essere da due ore incollati davanti al computer a leggere i tweet di altri cittadini spaesati e incazzati come voi. Immaginate di leggere in uno di quei tweet che hanno appena acceso un rogo a un incrocio a mezzo chilometro in linea d’aria da casa vostra. Immaginate di aprire la finestra e di vedere, dietro la barriera di palazzi antistanti, una colonna di fumo nero e il chiarore rosso delle fiamme. Immaginate di vedere gli elicotteri sopra il palazzo e di sentire le sirene spostarsi verso il vostro quartiere. Immaginate di leggere l’ennesimo tweet (rivelatasi falso) in cui si parla di auto date alle fiamme mettendo a rischio i palazzi. Immaginate di essere soli in compagnia di un topo che se ne frega dell’apocalisse e continua a correre nella sua ruota in un loop infinito. Immaginate che il cancello del piazzale auto del vostro palazzo sia rotto da giorni e spalancato. Immaginate un paese in cui le porte blindate sono un’utopia da ricchi. Immaginate che la casa della prima persona che conoscete e’ a dieci minuti a piedi da casa vostra. Come minimo prendete il primo borsone che vi capita a tiro. Come minimo preparate la scatola in cui schiaffare il topo. Poi vi fermate a pensare: cosa mi porto dietro? Perche’ in quel momento di panico pensate, scioccamente forse, che non sapete se la casa sara’ ancora li’ quando rientrerete. Cosa portare, dunque?
E’ un pensiero su cui non ci si sofferma mai: se avessi dieci minuti di tempo soltanto per mettere in valigia quello che vorresti restasse con te, cosa prenderesti? In un Paese in cui esistono Sainsbury e Tesco aperti 24 ore al giorno, di certo non lo spazzolino. Non i vestiti, troppo ingombranti. Alla fine ti rendi conto che vorresti portare tutto, ma che non puoi portare niente. Cosi’ molli il borsone in un angolo, affianco al letto, affianco alla gabbia del criceto (ancora assorbito dal suo loop infinito) e decidi che sei al settimo piano, che devono radiarne altri sei prima di arrivare al tuo e che prima di radiare quei sei qualcuno li avra’ lanciati giu’ dalla finestra. Ammesso che non siano gia’ tutti scappati, pronti a salvare egoisticamente la propria pellaccia. Le scene di lanci di vasi e pentole dai balconi viste a Genova nell’estate del 2001 qui in Inghilterra non potrebbero mai accadere: i vicini di casa non si conoscono, non si parlano, non si salutano. Se qualcuno incendia le auto parcheggiate all’ingresso e il palazzo rischia di prendere fuoco, chi e’ dentro e’ dentro e chi e’ fuori e’ fuori: loro fuggono.
Che qualcosa ieri non andasse lo avevo sospettato alla vista della Cooperative in Church Street chiusa alle cinque e venti. Poi sono entrata nell’Arndale e ho visto gruppi di ragazzini insultarsi a vicenda. In un caso e’ dovuta addirittura intervenire l’assistente alle vendite di Aldi, o ci sarebbe stato il sangue – letteralmente: due ragazzine dalle unghie in silicone hanno tentato di graffiarsi la faccia a vicenda. Fuori, in Market Street, per la prima volta in due anni e mezzo mi sono sentita urlare “ma ti levi dai c***ioni?” dall’ennesimo tizio che mi aveva tagliato la strada. Pestarsi i piedi a Manchester succede ogni santo giorno: e’ una prerogativa di questa citta’. Spallate, passeggini sui piedi, pedate, gente che taglia la strada: andare in centro nel weekend e’ puro suicidio. Eppure, quello che di solito sibilo io sottovoce in italiano, ieri a me e’ stato urlato in faccia in inglese. Decisamente qualcosa non andava.
Mentre io lasciavo Market Street per tornare a casa, un ragazzo nascosto sotto il cappuccio della felpa dava fuoco alla vetrina di Miss Selfridge’s.
Insieme alla battuta del dipendente Waterstone’s, divenuto d’improvviso un eroe nazionale (“We’ll stay open, if they steal some books they might learn something”, ritweettata dagli utenti qualche milione di volte), non sono stati in pochi ad esprimere il seguente commento: come possono chiamare “combattere” la distruzione delle nostre strade? Mandateli in prima linea in Afghanistan e vediamo quanto saranno coraggiosi a quel punto!
Non lo sarebbero, infatti. Se la farebbero addosso. Perche’ la maggior parte di loro sono ragazzini e quelli che non sono ragazzini si nascondono sotto i cappucci delle loro felpe e dietro un paio di occhiali da sole. Facile sentirsi grandi cosi’. L’unica grandezza che vedo e’ quella della loro ignoranza.
Cio’ che continua a scioccare a distanza di giorni dall’inizio delle rivolte di Londra e’ stata l’iniziale ridicola disorganizzazione della polizia. Non si tratta soltanto dell’aver mandato – letteralmente! – la cavalleria anziche’ l’esercito, ma anche dell’aver lasciato un numero insufficiente di agenti allo sbando per le strade in rivolta. 1600 unita’ nella prima notte di scontri. Per il matrimonio reale ne vennero chiamate oltre 5mila. Benche’ sia comunemente accettato il fatto che un morto di fame di Tottenham in questo Paese valga meno di una borghese delle campagne del Berkshire, e’ comunque inconcepibile pensare che nessuno sia riuscito ad indovinare per tempo il potenziale di quella rivolta isolata esplosa a Tottenham giovedi’ scorso. Parigi non ha insegnato nulla ai sudditi di Sua Maesta’. Ma possiamo essere certi che da oggi ci penseranno due volte prima di ricordare ai cugini d’Oltremanica quanto successo nel 2005.
Stamattina nel City Centre non vi erano tracce della passata notte di guerriglia. Nessun vetro, nessun cassonetto incendiato. Neppure una briciola di pane. Le strade mancuniane non erano mai state cosi’ pulite. Sui marciapiedi, la solita fila di lavoratori diretti ai propri uffici. Occhi fissi sulla strada davanti a loro, bicchiere di caffe’ in una mano, borsa del pranzo nell’altra, non hanno alzato gli occhi neppure di fronte alle vetrine foderate di pannelli in legno pressato, unica testimonianza di quanto successo nelle precedenti dodici ore. Gli operai e gli operatori ecologici hanno fatto gli straordinari pur di far arrivare i cittadini della Manchester bene ai loro uffici senza l’amaro in bocca. Hanno ripulito tutto o quasi: poco dopo le otto il Betfred in Mount Street giaceva ancora sventrato, con le sue slot machines divelte e saccheggiate visibili oltre le vetrate polverizzate che una volta erano state gli ingressi.
Ieri mattina, quando ancora non avevamo saputo niente di quanto accaduto a Livepool, Nottingham e Birmingham, io e alcune amiche ci eravamo mandate degli sms per accordarci sul film da vedere al cinema stasera. Ieri sera gli sms di “che cosa andiamo a vedere di bello, domani?” si erano trasformati in “aspettiamo prima di vedere se ci sara’ ancora, il cinema”. Dimmi tu che domande uno deve porsi. Inutile dire che poi, alla fine, al cinema non ci siamo andate: chi sarebbe cosi’ fuori di testa da chiudersi in un cinema alle 6 senza sapere cosa potrebbe trovare all’uscita alle 8? Ammesso che il cinema fosse aperto, stasera, e che non avesse a sua volta tappato gli ingressi con i pannelli di legno come hanno fatto con l’Arndale e con tutti i negozi di Market Street.
All’uscita delle cinque, oggi pomeriggio, quella calma pacifica e beata di stamani era svanita. Market Street era un cantiere di operai, poliziotti e gente incappucciata. Sembrava uno scenario pre-guerra, la quiete prima della tempesta. Operai intenti a sigillare le poche vetrine rimaste intatte con i pannelli di legno, poliziotti di posta agli ingressi dei negozi in chiusura oltre i quali le commesse stavano mettendo via la roba in una corsa dannata. Due agenti per ogni ingresso. Scrutati in silenzio da gruppi di persone nascosti sotto le solite felpe. Inquietante a dir poco.
Non e’ Market Street quella che ho visto oggi pomeriggio. E’ l’anticamera di un teatro di guerra. Solo una vetrina ogni cinque era ancora in piedi. Tutte le altre erano sfondate o coperte dai pannelli. Saccheggiato il centro 3. Saccheggiato Jessops. Saccheggiato TK-Maxx. Saccheggiato Afflecks, uno dei simboli di Manchester. Che rispetto possiamo avere per la causa di gente che non ha rispetto per la sua stessa citta’, che ha depredato e distrutto tutto cio’ che capitava loro a tiro?
Io e Manchester non siamo andate d’accordo un solo secondo da quando mi sono trasferita, ma se avessi avuto uno di quei ragazzini davanti, ieri sera, gli avrei insegnato un po’ d’educazione a suon di cucchiarate sul didietro. Se e’ la violenza la sola lingua che capiscono, cucchiara sia.
“Ci ribelliamo perche’ la polizia non ci rispetta!”, ha urlato un ragazzino alla telecamera. Non avra’ avuto quindici anni. Di che rispetto potra’ mai parlare, cosa puo’ saperne della polizia uno che puzza ancora di latte? Ma il punto e’ proprio questo: lui non puzza piu’ di latte da un pezzo. Nei quartieri dimenticati di Manchester si impara ad essere uomini a dieci anni. Facile dare la colpa alle famiglie. Benche’ sia tentata di condividere le parole di Hazel Blears, allo stesso modo non riesco ad immaginare cosa significhi nascere in una famiglia che non e’ una famiglia e che non sa cosa significhi la parola famiglia, in cui tuo padre non e’ il tuo vero padre e se anche lo fosse non riuscirebbe ugualmente a mantenerti, in cui tua madre si ammazza di lavoro e quando non si ammazza di lavoro si ammazza di alcool. Siamo tutti buonisti con le famiglie degli altri.
“These are pure and simple criminals running wild tonight”, ha detto Garry Shewan, ispettore capo della polizia della Greater Manchester.”They have nothing to protest against there has been no spark. This has been senseless violence and senseless criminality on a scale I have never witnessed before.”
L’uomo che e’ apparso di fronte alle telecamere ieri sera ha la faccia di una persona delusa, stanca e rabbiosa. Cheer up, Mr Shewan: avete fatto un ottimo lavoro. Avete sedato la rivolta nel giro di mezza giornata. Da far crepare d’invidia l’odiata Londra.
“Let’s have a riot!… We gotta do it… ’cause they’re letting all the Polish and all the pr*cks and everyone in our country having our jobs, so we can’t have jobs!” (video)
Chiaro, ovviamente. Gli stranieri. I polacchi. Come disse una volta un testa di *bip*, la “specie” peggiore. Ok, va bene. Parliamone, pero’. Parliamone, perche’ conosco diverse splendide persone che vengono dall’Est europeo. Parliamone, perche’ solo chi ha lavorato anni a contatto con gli stranieri sa quanto questi nella maggior parte dei casi lavorino molto meglio e molto piu’ seriamente degli inglesi. E lo sai perche’ siamo migliori, ragazzino troppo cresciuto dall’accento incomprensibile che spacci per inglese quando e’ puro linguaggio chav? Perche’ dobbiamo dimostrare costantemente, ogni santo giorno di meritare quel posto di lavoro che vi “abbiamo rubato”, perche’ dobbiamo combattere ogni maledetto istante contro i pregiudizi che il tuo popolo, con mia personale grande delusione, si ostina ad appiccicare addosso ad italiani, spagnoli, russi, polacchi. Perche’, caro il mio bimbo cresciuto dall’accento da scaricatore di porto – e penso di avere ogni diritto ad usare tale espressione, discendendo da parenti marinai – che tu lo ammetta o no voi inglesi siete razzisti. Anche con noi europei. Come dicevo poco sopra, una scoperta che e’ stata la mia personale grande delusione e ringrazio ogni giorno i miei colleghi per essere diversi da tutti i loro connazionali, per aver imparato a conoscere altre realta’, accettarle, condividendone il pensiero, accettandone il modo di fare, spalleggiandole. Insomma, per essere meravigliosi con tutti noi, maledetti immigrati che vi togliamo il lavoro.
Mentre i fuochi della rivolta venivano spenti uno dopo l’altro, gli inglesi rilasciavano quello stress accumulato nei giorni precedenti. Stressati dalle scene viste in tv e dalla preoccupazione della grande domanda: che cosa pensera’ il mondo di noi, adesso? Una notizia di tali proporzioni non puo’ essere mascherata. In fondo, mica stiamo parlando di News of the World. Questa e’ riuscita ad attraversare la Manica e s’e’ ancorata nell’odiata terra francese per poi diffondersi come una piaga. Uno a zero per l’Europa. Che anche i sudditi di Sua Maesta’ accettino le sconfitte.
In un momento di massimo stress psicologico come l’attuale e’ naturale che persone gia’ di loro rabbiose – a dispetto del loro motto “keep calm and carry on” – esplodano e cerchino quindi un modo per sfogare questa incontenibile rabbia. Ecco che l’operatore del centro servizi, dell’assistenza clienti, del post vendita casca a fagiolo: cosa c’e’ di meglio dell’iniziare la giornata strillando un “non sei nemmeno capace di pronunciare la una T, me la sai fare una T, tu non stai parlando inglese, fai solo finta di farlo!” alla povera operatrice spagnola la cui unica colpa e’ stata quella di venire selezionata dal server per prendere la sua chiamata? Se le rivolte rendono rabbioso te, sconosciuto maleducato di un paesino in capo al Cumbria, che cosa dovremmo dire noi che siamo a Manchester e che ci siamo visti appiccare il fuoco al negozio dietro casa?
Il Corriere della Sera recita oggi: “Panico a Piazza Affari, il Mib a -6,65%
Wall Street a picco affonda l’Europa”. Ne abbiamo di pensieri per cui essere preoccupati, noi italiani. Tuttavia, sara’ forse l’assenza di quella rabbia repressa che cosi’ bene caratterizza il 90% degli inglesi, noi non metteremo a ferro e fuoco le nostre citta’ – si spera. Siamo abbastanza intelligenti da preservarle – si presume. In qualche modo sopravviveremo. In fondo, in quanto ad arte di arrangiarsi ne abbiamo da rivendere a pacchi agli amici d’oltremanica. Intanto, solo come precisazione, in una situazione del genere, semmai in Italia possa mai venire a crearsi, noi avremmo mandato l’esercito.
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Alcuni video delle rivolte:
- MANCHESTER RIOT YOUNG PERSON GIVES SHOCKING SKY TV INTERVIEW ABOUT WHY HE IS
- Tolleranza Zoro – Riots in Manchester
- Manchester Riots 2011 Shops and cars torched in Salford and Manchester
- Manchester Riots Tuesday 9th August 2011 HD
- Manchester Riots 2011: scenes from Whalley Range (Il video piu’ patetico – qualcuno aiuti questo disperato!)
- UK riots: Anger after riots in Manchester and Salford (ho fatto spesa quotidianamente in quel posto per due anni. Lo odiavo. Trovavo solo gente incredibile e gli spintoni, le parole volate e i maltrattamenti subiti da commesse e clienti ad un certo punto non si contavano piu’. Salford Shopping City? Ghetto Shopping City – ne avevo parlato anche qui e in qualche migliaio di tweet)
Mappa interattiva delle rivolte nello UK:
- http://www.guardian.co.uk/news/datablog/interactive/2011/aug/09/uk-riots-incident-map?intcmp=239
- Punti di rivolta nella sola capitale
Immagini di Manchester:















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