Archive for the Category ◊ Vivere coi mancuniani ◊

Author: Juana
• mercoledì, ottobre 28th, 2009

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L’aereo ha giusto terminato di frenare e gia’ il simpatico felsineo di fronte a te risponde al telefono. Con voce lamentosa annuncia al suo interlocutore di essere appena atterrato a Stansted e si scusa per non aver risposto al suo messaggio: in quota in cellulare non prendeva molto bene.
Fingi di non sentirlo, allo stesso modo in cui lui ha finto di non sentire il pilota quando, in fase di decollo, aveva chiesto di spegnere qualunque apparecchio, inclusi i BlackBerry in stand-by. Con l’ignoranza di chi non ha mai sperimentato l’essere un businessman col cellulare sempre in fermento, ti chiedi se era proprio indispensabile lasciare acceso il telefono nelle due ore di volo. Mentre tu rimugini su questo, certa di stare assistendo alla chiamata di lavoro piu’ importante della storia, il tipo saluta l’interlocutore dicendo “Ci vediamo a casa tua per una partita, quando torno!”.

Manchester – tra l’altro – ha dei collegamenti con l’Italia che fanno andare in bagno. Se a questo non trascurabile dettaglio combiniamo la necessita’ del portafogli di usufruire dei voli RyanAir e’ la fine: ti ritrovi a sperimentare il giro del mondo in 80 pound.
Sbarcare a Stansted e arrivare a Manchester: provateci. Impossibile? No di certo. Dispendioso? No, se sapete come muovervi. Ma e’ snervante. Stansted Express fino a Liverpool Street – dopo aver sperimentato i ripetuti blocchi della stazione di Tottenham Hale, in passato, chi ci vuole scendere piu’? – metro fino a Euston e, da li’, attesa di due ore per prendere l’unico treno Virgin abilitato al biglietto acquistato. Due ore di viaggio, arrivo alla stazione di Piccadilly a Manchester e, infine, attesa di mezz’ora per salire su uno degli efficienti autobus in grado di portarti a casa.
Costo totale del viaggio solo in terra britannica: 60 pound, 8 ore e 6 mezzi di trasporto. Non male, per essere nel 2009!

L’arrivo a casa alle 6 del pomeriggio e’ solo l’ultima tappa di un viaggio iniziato alle sei e mezza del mattino nelle campagne emiliane. RyanAir, per tenere fede al suo nome di compagnia dei parsimoniosi, tra il 24 e il 30 Ottobre non aveva voli disponibili. Bologna-Stansted, Treviso-Liverpool, Brescia-Stansted, Bologna-Birmingham, Ancona-Stansted: le ho provate tutte. In alcuni casi i voli c’erano, ovviamente, ma a prezzi perfino superiori a quelli di FlyBe e BA. Tutto cio’ senza contare il costo dei treni per arrivare poi a Manchster.
Dovendo essere di nuovo al lavoro il 30, l’unica soluzione possibile e’ stata dunque la tratta Treviso-Stansted: 14.99€ inclusivi di valigia e tasse aeroportuali. L’aeroporto di Treviso, apparso cosi’ raccolto, vuoto ed efficiente la sera del mio arrivo, si e’ rivelato una trappola mangiasoldi. La macchinetta del parcheggio ha conteggiato un’ora di sosta mentre i minuti erano solo 45, gli unici due bar avevano prezzi degni di Costa Caffe’ e il controllo di sicurezza e’ stata un’alternanza di caos, disorganizzazione e code. La poliziotta addetta al controllo degli apparecchi elettronici ha chiuso il mio portatile tra i due contenitori con la mia roba, graffiandolo. Nella fretta di farci togliere di mezzo, inoltre, hanno fatto di tutti i vestiti e di tutte le scarpe un unico mucchio in fondo ai rulli.
Superato il caotico e massiccio controllo di sicurezza ci siamo ritrovati tutti insieme in coda per il controllo dei passaporti. Tirana, Stansted, Girona: eravamo tutti li’. Quattro sportelli disponibili, uno solo aperto. L’addetto, figlio della calma in persona, ha impiegato 25 minuti per controllare i documenti delle quaranta persone di fronte a me – si’, ho avuto il tempo di contarle!
Alla fine della scala d’accesso ai gate, il mondo intero. Un serpentone di gente che dalla porta d’accesso all’hangar si srotolava lungo il minuscolo spazio a disposizione. I “non posso credere a cio’ che sto vedendo!”, gli “e’ semplicemente ridicolo!” e i “deve essere uno scherzo!” dei viaggiatori inglesi, seguiti dai miei “I perfectly agree with you, Madam!”, sono andati avanti per tutta la mezz’ora in cui siamo rimasti in attesa di un imbarco che sarebbe dovuto avvenire quasi un’ora prima. Tuttavia, c’e’ stata almeno una coincidenza bizzarra che mi ha fatto sorridere tra un borbottio e l’altro: fare la fila accanto a una matricola di nome Jonathan Davies non ha prezzo!

Salire in Italia su un aereo RyanAir diretto a Londra garantisce un viaggio all’insegna dei turisti nostrani piu’ particolari. Due ore di commenti, esclamazioni e battute: da non poterne piu’. Per poi chiudere il tutto con un bell’applauso al momento dell’atterraggio, ovviamente. Non ho resistito alla tentazione di controllare le facce degli inglesi: erano incollati alle loro poltrone come se avessimo appena avuto un vuoto d’aria. Il loro avviarsi verso l’interno dell’aeroporto e’ stato composto e ordinato, al contrario del caotico arrancare dei gruppi di italiani. Una scena alla quale Manchester ti disabitua, quella degli italiani rumorosi e casinisti. In terra mancuniana, infatti, c’e’ chi, in quanto a caos, ci batte. Il nostro primato, pero’, sta nel riuscirci senza bere neppure uno Spritz.

Un’altra cosa alla quale Manchester ti disabitua e’ la pulizia. I vagoni dello Stansted Express e della Tube sembrano riflettere la tua immagine perfino dal linoleum a terra. Se la Tube sembra pulita, potete immaginare cosa significhi viaggiare su un autobus mancuniano.
Nelle viscere della metro londinese ti accorgi che quell’odore di ferro, quel caos, quel fare a pugni dei turisti con cancelli e Oyster ti e’ mancato piu’ di quanto pensassi. Ti destreggi con naturalezza nel fiume di persone, salti sui convogli senza neppure guardare la cartina delle linee. E, ovviamente, finisci dalla parte sbagliata. E’ un classico. Sette mesi di lontananza e quella Central Line che conoscevi cosi’ bene di colpo decide di portarti nella direzione opposta. La signorina nell’altoparlante ti ricorda che stai andando ad Epping, ma e’ verso West Ruislip che dovresti viaggiare. Ammesso che nel transito tra la zona 2 e la zona 1 il treno non si fermi in un tunnel e resti li’ a stagionare mezz’ora, come spesso succede.

Gli inglesi leggono molto e leggono di tutto. Nei vagoni della Tube, sui binari mentre aspettano, lungo le scale mobili, in strada: hanno sempre qualcosa da leggere tra le mani. E anche di questo, cosi’ come del caos ordinato e della pulizia, me ne ero dimenticata. A Manchester nessuno legge. Dovendo fare una stima, in strada e’ possibile vedere una sola persona su venti aprire il quotidiano offerto dal distributore di turno. Le pile dei giornali restano li’ a marcire fino alla mattina dopo, quando qualcuno passa per rimpiazzarle con copie fresche di stampa. Una mancanza che non deve stupire, se si considera l’altissimo tasso di mancuniani sgrammaticati. Manchester e’ una delle poche citta’ in cui gli stranieri conoscono grammatica inglese e spelling meglio dei madrelingua. Una mancanza che, tuttavia, non frena gli autoctoni dal fingere di non sentire/capire/voler rispondere se e quando interpellati da chi considerano outsider.

Author: Juana
• domenica, maggio 17th, 2009

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Io non pretendo il tappeto rosso ogni volta che entro in un negozio. Tuttavia, non voglio neppure dovermi ritrovare a raccogliere la merce da terra ogni santa volta solo perché i cassieri l’hanno lanciata in uno scatto apparentemente incontrollato.

Ormai ne sono sicura. Mi ci sono voluti due mesi per capirlo, ma adesso lo so: i mancuniani sono fratelli dei viennesi. Gemelli.
A supporto di questa tesi intervengono mille e una analogie. Prima tra tutte l’insofferenza per gli stranieri, con una particolare predilezione – sempre insofferente – per gli italiani. I sorrisi si spengono, le facce si stirano e i movimenti diventano bruschi e meccanici appena un italiano apre bocca. Per chi, come me, e’ fortunatamente abituato agli inglesi meridionali, puo’ essere un piccolo choc.
E’ difficile farci il callo, con una tale cortesia. Direi quasi impossibile. Ogni volta ti senti pronto alla battaglia, varchi la porta del negozio, prendi cio’ che devi prendere, arrivi alla cassa e… ti spiazzano. Perche’ cio’ che ti eri aspettato dal cassiere – niente sacchetto, scontrino stracciato, soldi lanciati sul rullo – non e’ avvenuto. E’ avvenuto l’inaspettato. Cosa? Dipende. Ogni volta cambia.
L’epicentro della scortesia mancuniana e’ Salford, nel Salford Shopping City. Li’ e’ davvero un caso disperato: non si salva nessuno. Mentre altrove e’ possibile – di rado, molto di rado – trovare una commessa o una cassiera disposta a regalarti un sorriso esagerato – che ha, dunque, un significato forse piu’ grave del volto di pietra di tutti gli altri: ti sta prendendo per il culo – al Salford Shopping City nessuno, e sottolineo nessuno sorride. Eccetto, forse, la cassiera del Wilkinsons, ma e’ completamente pazza e sorride al mondo normale mentre vive in un mondo tutto suo.
E’ impossibile non sentirsi a disagio in quel centro commerciale. In ogni negozio, ad ogni cassa, c’e’ qualcuno disposto a lanciarti un’occhiata obliqua. A volte, invelenita. Oggi pomeriggio ho collezionato la bellezza di due saluti mancati, un’occhiata inceneritrice e uno scontrino posato nella mia mano con una forza tale da aver lasciato il buco. Se giro il palmo, posso ancora leggere Tesco tra la linea della vita e quella della fortuna.

Londra non e’ Inghilterra, e’ risaputo. Londra e’ un mondo a se’, Londra e’ tutto il mondo concentrato in nove anelli e centinaia di chilometri di Tube. Cercare a Londra un vero inglese e’ come estrapolare una singola goccia dall’oceano. Ci sono, e sono anche milioni, ma sono confusi in mezzo alla moltitudine che popola la capitale. Il resto e’ frutto dell’immigrazione. Culture diverse, Paesi diversi, mentalita’ diverse. E allora com’e’ possibile che tutti, in qualche modo, si siano adeguati al livello di politeness britannica richiesto dal Paese che li ospita?
Non lo nego: a Londra mi sono trovata male spesso. Un’incomprensione, un deliberato dispetto, ne ho vissute di ogni tipo. Eppure mai, mai mi sono sentita tanto a disagio come qui quando sono sola. In gruppo e’ piu’ facile: ridi, scherzi, te ne freghi. Li mandi mentalmente in bagno e passi oltre. Quando sei solo e’ diverso. Ti senti bersagliato in prima persona, e quel prodotto fatto volare intenzionalmente fuori dalla cassa e finito a terra non e’ piu’ un prodotto finito a terra ma il mezzo attraverso cui la persona che l’ha lanciato ti ha trasmesso la sua insofferenza. E’ la parola giusta: insofferenza. O forse sarebbe piu’ giusto parlare di superiorita’? Non lo so. A Londra incazzature simili sono state scatenate soltanto da certe tipologie di extracomunitari – tipologie “salvate” da altrettanti gesti umani da parte di persone appartenenti alla stessa etnia. Qui, citta’ in cui gli extracomunitari sono quasi un miraggio, ci pensano gli autoctoni. Come a Vienna. Soltanto, a Vienna ci rimasi per mia fortuna appena cinque giorni. Qui dovro’ restarci per un bel pezzo.

“Cosa succederebbe se prendessimo l’Italia, la ribaltassimo e cominciassimo a viaggiare verso Nord?”
E’ la domanda con la quale tento di spiegare a chi e’ a casa le mille differenze presenti all’interno del mio Paese adottivo. Perche’ la Gran Bretagna funziona all’inverso rispetto agli altri Paesi europei anche in questo: devi andare a Nord per notare lo stacco netto, drastico, quella differenza incredibile col Sud. Dall’accento, al modo di vivere, al fisico delle persone, all’igiene: nel nord della GB niente somiglia al sud.
Cio’ che a Londra si vede solo su una buona percentuale di donne di colore – quei chili esagerati che rendono loro difficile perfino il sedersi nei sedili della Tube o fare le scale per arrivare al binario – qui lo si trova nelle autoctone. Con l’aggiunta di vestiti catarifrangenti, scarpe da urlo – letteralmente – cerchietti con le lampadine, parrucche multiformi, accessori degni di un ballo in maschera. Impossibile non pensare al video di Lucy in the sky with diamonds mentre cammini per le strade del city centre il sabato sera.

Per chi ha avuto la fortuna di vivere nel sud e di conoscere gli inglesi del sud – con tutti i loro difetti, certo, ma mai cosi’ tanti – vivere a Manchester puo’ essere uno choc. La mente si ritrova improvvisamente a ragionare, soppesare, ponderare, e a chiedersi quale dei due tipi di inglesi conosciuti sia quello vero: la specie che il sabato sera va in giro vestita con lo smoking davanti e nuda sul retro, o la specie che veste con giacca e cravatta, che legge il giornale nella Tube e non si scompone mai? Difficile dirlo. Sono due tipologie di persone diverse, due gruppi separati, due mondi opposti. Chiusi entro i confini della stessa nazione.
La domanda che personalmente non posso fare a meno di pormi ogni santo giorno e’: come puo’ un Paese essere tanto diverso?
La risposta che mi do’ e’ una constatazione: gli inglesi (del sud) potrebbero porre lo stesso, identico quesito a me. Lo hanno fatto spesso e continueranno a farlo. E io continuero’ a proporre loro lo stesso paragone.