Author: Juana
• domenica, settembre 27th, 2009

customerservice

Lo specchietto per le allodole si serve sempre delle stesse parole magiche: teniamo ai nostri clienti, il cliente e’ il re della nostra azienda, tuteliamo gli interessi dei clienti, i clienti sono sempre al primo posto. Diventa nostro cliente e ottieni questo. Offerte strabilianti solo per te, nuovo cliente!
E c’e’ chi all’inizio ci crede. O chi e’ tentato di crederci. Puntualmente, in ambo i casi vengono disillusi.

Il meccanismo alla base delle compagnie, medie e grandi, e’ il medesimo: una volta avuti i tuoi soldi ce ne freghiamo di te. Almeno finche’ ci cerchi perche’ hai dei problemi. O, peggio, perche’ te ne vuoi andare. In questo secondo caso devi votarti a tutti i santi del Paradiso per far si’ che tu riesca ad uscire dalla loro ragnatela in tempi umanamente accettabili. La chiameremo l’odissea dell’abbandono – come quella che ho vissuto io con il gestore mobile O2 o in Italia con Tele2.
I passaggi previsti dall’odissea dell’abbandono sono lunghi, infiniti e ripetitivi.

Passaggio 1: la determinazione del Giovane ed Efficiente Inquisitore
Tutto inizia con una telefonata: salve, purtroppo mi vedo costretto a rinunciare/cancellare il vostro servizio, come devo fare?
Quando termini di pronunciare l’ultima parola neppure ti rendi conto che la tua giornata a quel punto e’ finita. Per lo meno, lo e’ se vuoi chiudere la questione prima del Capodanno 2009.
L’addetto, visibilmente impacciato se italiano, sicuro e risoluto se made-in-UK, pone la classica domanda: perche’ se ne vuole andare?
In alcune aziende – come quella in cui io lavoro – tale “domanda aperta” e’ vietata. Devi porne una che non permetta risposte altrettanto aperte come, ad esempio, “posso chiederle se e’ una questione di prezzo o di servizio?”. La fantasia italiana in quei casi si scatena. Mi sono sentita proporre un cane annegato, uno zio volato giu’ dalle scale e una nonna morta tre volte in tre mesi, il tutto nel giro di un solo turno. La fantasia inglese e’ piu’ lige alle regole. E piu’ onesta. Se un cliente UK vuole cancellare perche’ e’ scontento del prezzo o del servizio te lo dice. Punta al ribasso o, al massimo, all’eventuale compensation. Gli italiani puntano solo al primo, ma spesso neppure quello serve. Se ne vanno e basta.
Insomma, appurato se e’ o no una questione di prezzo o servizio, il cliente viene messo in attesa. Sono riuscita ad imparare a memoria l’intera Cavalcata delle Walkirie, buona parte dei brani di Anastacia e Macy Gray, quasi tutto il repertorio dei Beatles. Ora sono tutti nella lista nera delle canzoni che non finiranno mai piu’ nel mio lettore MP3.
Quando, at last, l’addetto si rifa’ vivo, ha con se’ il Prontuario del Giovane ed Efficiente Inquisitore. Il testa a testa e’ arduo.
“E’ consapevole del fatto che se le rubano la simcard possono usare il suo credito?”
“Ho il pin.”
“Che cosa?”
“Il codice pin.”
“Ma la sim funziona lo stesso!”
Ok, pensi. Sei di nuovo davanti all’ennesimo figlio della GB che non sa che diavolo sia il codice PIN. Che fortuna, eh?
“Non funziona perche’ e’ bloccata da un codice che solo io conosco.
“Ok, e se usassero la scheda fintantoche’ dura la batteria?”
“La mia tastiera e’ protetta.”
“Prego?”
“La tastiera e’ protetta da un altro codice. Se vogliono usare il telefono, devono prima sbloccarla.”
“E se in qualche modo – ma quale! – le sbloccano la sim? Lei ha addebito diretto, diretto sul conto corrente, signorina, se ne rende conto?”
Alla cinquantesima domanda sei tentato di cedere, di gridare “si’, ti prego, resto con voi, ma basta con i ricatti psicologici!”.
Alla novantanovesima domanda l’inquisoperatore si convince che, alla fine, sono fatti tuoi. Resta convinto del fatto che il tuo telefono, despite of pin, codice telefono e codice tastiera, sia comunque utilizzabile. Ma, per fortuna, ti lascia andare. Capisce che forse le tue motivazioni sono valide e ti pone un’ultima domanda: vorrebbe un abbonamento adsl con noi a tariffe dimezzate e iniziando a pagare dal 2025?
Ripeti, per la centesima volta, che non sei interessato e che se lo sarai non esiterai a contattarli.

Passaggio 2: “Scusi se non ho digitato bene, ma ho le dita congelate”
In un Paese in cui il riscaldamento e’ acceso 12 mesi l’anno, 24 ore al giorno, il massimo del Lato B che si possa avere e’ che esso si rompa nel bel mezzo dell’ondata di aria artica piu’ rigida degli ultimi secoli e che non ci sia ombra di idraulico nel raggio di miglia.
Febbraio 2009. Dopo ripetuti, sinistri e agghiaccianti scricchiolii la nostra caldaia antediluviana si spegne. Londra e’ stretta nella morsa di ghiaccio peggiore degli ultimi 20 anni. La temperatura notturna si avvicina ai dieci sotto zero.
La casa, un surrogato di terraced house borghese del ‘900, reagisce come se di colpo si fosse trasformata in un efficiente Whirlpool con tanto di antifrost: comincia a congelare i suoi inquilini.
Mentre batti i denti e guardi disperato ora il termometro, ora il maledetto boiler, provi a rintracciare quel gran pdm – leggi: pieno di merito, ovviamente – del proprietario. Il quale, da bravo pdm, ti rimanda ad un servizio clienti della British Gas che, per qualche motivo, non risponde. Il gran pdm ti dice: ma e’ venerdi’ sera, come speri che ti rispondano prima di lunedi’?
Passano due giorni. La temperatura in casa rasenta lo zero assoluto, il termometro del boiler rotto ti dice che l’acqua nei tubi e’ a 8 gradi. Per la prima volta nella tua vita sperimenti l’efficienza, la qualita’ e l’ostinazione degli shampoo inglesi: con l’acqua fredda, non si staccano neppure dietro sequela di nomi. La doccia diventa un incubo, le notti un’esperienza unica. Non e’ da tutti dormire bardati di felpe e coperte come se ci si trovasse in un igloo.
Al terzo giorno il boiler non resuscita secondo le Scritture ma il callcentre almeno risponde e decide di mandarti qualcuno. Hai premuto tasti a caso con due, tre dita alla volta, e alla fine l’operatrice e’ apparsa. Insieme alla scioccante rivelazione: erano aperti anche nel weekend!
L’idraulico arriva il giorno dopo e finge di non avere i componenti necessari a riparare il boiler. Bastano quattro paia d’occhi incazzati per convincerlo ad andare al suo furgoncino e prendere cio’ che gli serve, pena la vita.
Il callcentre era aperto anche due giorni prima. Affetti dalla stessa sindrome del povero idraulico, gli operatori, semplicemente, avevano preferito ignorare la tua chiamata.

Passaggio 3: l’isolamento
Nel caso in cui la sospensione del servizio riguardi un gestore telefonico, allora non ci si deve sorprendere se dall’oggi al domani ci si ritrova tagliati fuori dal sistema di comunicazione globale, il cellulare.
Per arrivare a tale sospensione non c’e’ stato verso di servirsi dell’aiuto di un addetto fisicamente presente in uno dei tanti shop della compagnia. Ti ha scrollato di dosso dicendoti: chiama il numero 123 e parla con il servizio clienti. Lo preghi, lo supplichi coi tuoi occhioni da immigrata-che-non-capisce-un-cazzo-di-mancuniano: niente da fare.
A casa decidi di chiamare. La telefonata piu’ lunga della storia, 25 minuti e 34 secondi con un paio di cut-off – e relativo ricominciare da capo – un trasferimento ad altro collega e, infine, la rivelazione: il codice che ci ha fornito per la number portability e’ stato reso inattivo dal suo gestore. Eppure, ribatti, mancano ancora due settimane alla sua scadenza!
Il fumo esce dalle orecchie. Provi a chiamare il tuo gestore che ha reso inattivo il codice PAC: niente da fare, perfino i loro uffici sono irraggiungibili per il tuo irraggiungibile telefonino. Ti viene l’inquietante sospetto che tu debba ricaricare per parlare con loro, ma e’ un’ipotesi che e’ fuori discussione. Ricaricare una scheda che stai per portare su un altro gestore. Siamo pazzi?
Il pomeriggio stesso, testarda, ti presenti al negozio del tuo gestore. Un altro negozio, uno in cui non sei ancora stata, tanto per essere sicura che non tutti in quella compagnia si chiamano Ponzio Pilato.
Sin dai primi minuti ti rendi conto che nell’azienda c’e’ un’incredibile diffusione di omonimi. Esattamente come e’ accaduto nei giorni precedenti, ti suggeriscono di chiamare il numero 123 perche’ non c’e’ niente che possano fare loro li’. Spieghi che il tuo telefono e’ isolato e che non riesci a contattare il Customer Service. “Altrimenti non sarei qui, faina!” borbotti nella tua lingua.
Ti passano il loro cordless. La chiamata al CS e’ gia’ in corso. L’addetto dall’altra parte vuole lo spelling del tuo nome. Sei solo ad “I for India” quando ti interrompe e lo completa al tuo posto. Ti ha trovata! Subitaneo, sopraggiunge un inaspettato blocco del sistema. Saresti anche tentata di crederci, se non lavorassi a tua volta in un callcentre e non sapessi bene che simili blocchi ad hoc, per quanto possibili visti i sistemi in uso su quei pc, sono semplicemente simulati. Simulati per togliere all’operatore le castagne dal fuoco con la frase “richiami piu’ tardi, per favore! – e che con lei se la sbrighi qualche collega!”.
Alla fine attendi due ore e dieci minuti in negozio e qualcuno si ricorda di te – nonostante in quei 130 minuti tu abbia piu’ volte richiamato la loro attenzione e minacciato ritorsioni. Il problema e’ semplice: bastava ricaricare per far ripartire la scheda. E ci sono volute due ore e dieci minuti di attesa in piedi come un cavallo per dirmi che volevate 10 miseri, maledetti pound per riavere indietro il mio numero?
Fosse dipeso dal callcentre, sarei ancora li’ ad aspettare.

Passaggio 4: la verifica dei dati puo’ farla solo il SC
E’ una storia senza fine.
Devi cambiare l’indirizzo per una bolletta? Chiami il servizio clienti. Devi modificare la password del tuo bank account? Chiami il servizio clienti. Vuoi richiedere i premi dei punti del supermercato? Chiami il servizio clienti.
Non c’e’ modo di interagire con una persona fisica, neppure se ti ostini a restare piantato nella loro filiale fino all’ora di chiusura. Gli addetti, con fermezza, ti invitano a telefonare alla loro sede o niente da fare.
Conto in banca, librerie, telefonino, servizio sanitario, ufficio tasse: la mole di dati strettamente personali che ho dovuto trasmettere al telefono e’ inaccettabile, tanto per questioni di sicurezza quanto di privacy. Trasmettere al telefono su chiamate registrate, per di piu’.

L’avere di fronte una persona garantisce che, almeno, hai qualcuno con cui interagire direttamente. Il trovarsi ad attendere ore con una musica sparata nelle orecchie, con la linea che misteriosamente cade o con un addetto alla prese con un fantomatico crash di Windows fa sentire il cliente come un deficiente. Il muro di gomma che si crea nel momento in cui decidi, per un motivo o per l’altro, di abbandonare una compagnia porta ad un’estenuante lotta tra te e il servizio clienti e alla risoluzione del problema solo giorni, settimane, mesi dopo. L’odissea dell’abbandono prevede che tu interagisca con un operatore telefonico proprio perche’, essendo la chiamata registrata, l’azienda non corre rischi: se li citi in giudizio per qualunque motivo e vinci, si rifanno sull’operatore che ha combinato il guaio. Per questo i dipendenti che fisicamente servono ai banchi dei negozi non vogliono avere nulla a che fare con te: se non sei registrato, non sia mai che tu inventi qualcosa che possa tagliare il loro stipendio. Comprensibile, accettabile, ma in tutto questo a rimetterci e’ chi, in teoria, dovrebbe essere tutelato.
Non che in Italia sia diverso. Anche in Italia i clienti si ritrovano spesso di fronte ad aziende importanti ma fantasma il cui unico punto di contatto e’ un numero verde al quale, dopo le prime baruffe telefoniche, nessuno ti rispondera’ piu’. Nel caso in cui la compagnia abbia una sede fisica, pero’, puoi pretendere e ottenere l’aiuto dei suoi dipendenti. In GB non c’e’ modo. L’addetto incrocia le braccia e ti ripete, fino allo sfinimento, di dover chiamare il Servizio Clienti.
In tutto questo, il “teniamo ai nostri clienti, il cliente e’ il re della nostra azienda, tuteliamo gli interessi dei clienti, i clienti sono sempre al primo posto” se ne va bellamente a donnine.

Author: Juana
• giovedì, agosto 27th, 2009

lvp-beatles-story

Pulita, spaziosa, ordinata, dall’accento terrificante e il sorriso pronto. Questa l’impressione che da’ di se’ Liverpool all’avventore di una giornata.
Sbarcati all’orribile stazione di Lime Street ci si ritrova catapultati nel cuore storico della citta’. Un miscuglio di antico e moderno, dove l’antico ha molto di teutonico e poco di britannico. Le imponenti facciate in stile neoclassico della Walker Art Gallery o del St. George’s Hall ricordano gli edifici viennesi e bavaresi. Il vetro, onnipresente a Liverpool esattamente come a Manchester, ben si mescola con la pietra giallastra dei palazzi antichi, donando alla citta’ un’aria disordinata e, al tempo stesso, armoniosa. Contraddizione? Puo’ darsi. Far vagare gli occhi lungo Lime Street per credere!

Quando si pensa a Liverpool si pensa ai Beatles, ovviamente. Il motivo per cui il 90% dei turisti decide di salire su un mezzo di trasporto e raggiungere questa umida citta’ di mare sono loro, i Fab4, i Favolosi Quattro. Eppure, a dispetto della fama che John, Paul, George e Ringo le hanno dato, la citta’ ha lasciato ai quattro artisti solo qualche angolo, permettendo al resto di espandersi senza l’ombra dei Beatles ad incombere su di essi. Souvenir, libri, cartoline sono di facile reperibilita’, naturalmente, ma non sono onnipresenti come ci si aspetterebbe. Non sono tanto numerosi quanto i Tower Bridge, i Big Ben e le Lilibeth a Londra, per essere chiari. E sono anche maledettamente costosi. Una tazza, 9 pound. Una maglietta, 20 pound. Una penna, 4 pound. Basterebbe scaricare qualche foto dei Beatles dal web, darle in pasto a Photobox.com per avere gli stessi, identici oggetti alla meta’ della cifra – e recapitati direttamente a casa!
Per raggiungere il museo dei Fab4 la citta’ offre ai turisti una dose generosa di frecce e cartelli. Con una viabilita’ talmente contorta da fare invidia a Manchester, il centro di Liverpool puo’ diventare una vera e propria trappola se, ingenuamente, si decide di ignorare le indicazioni e proseguire per conto proprio.
Non che seguire la mappa sia sbagliato, anzi. Permetterebbe di raggiungere l’Albert Dock, l’antico molo in cui trova asilo il Beatles Story, in una manciata di minuti in meno. Ma, com’e’ logico, impedirebbe al neoarrivato di godersi lo splendore dell’enorme parco commerciale sorto al posto dei vecchi magazzini, il Liverpool ONE.

Per i normali seguaci dei Beatles – leggi: normali ammiratori a cui non schizzano gli occhi dalle orbite al solo parlarne – il Beatles Story puo’ rivelarsi una delusione. Anzi, senza ipotetiche. E’ una delusione. Tante le immagini, le fotocopie e le riproduzioni, poca pero’ la sostanza. Belle le ricostruzioni dello Star Club, di Mathew Street e del Cavern. Poveri di significato tutti gli altri ninnoli sparsi qui e la’. La tomba di Eleanor Rigby nel mezzo di un passaggio, una parete con su dipinto il bus del Magical Mistery Tour e qualche sedia sotto, un pezzo di Yellow Submarine contornato da inquietanti sagome di cartone sparse per il corridoio: assolutamente privo di senso. I commenti audio, che nel 90% dei casi sono presi direttamente dalla Beatles Antology, non finiscono piu’ e finiscono con l’allungare un tour che, se solo si decidesse di ridurre all’osso la selezione dei brani da ascoltare, durerebbe a malapena mezz’ora. Un po’ poco, per il santuario del gruppo musicale piu’ famoso del mondo e per i 12.25 pound versati.
All’uscita dal museo, il prevedibile shop. Lato positivo: riuscire a trovare qualunque raccolta, album o singolo possibile e immaginabile. Lato negativo: il costo dei cd e dei dvd e’ triplo rispetto a quelli di HMV e Virgin.

Chi viene da Manchester e vive a Manchester non puo’ non notare la netta differenza tra essa e Liverpool. Liverpool ha strade pulite, traffico ordinato – o, comunque, piu’ ordinato! – chili giusti sulle persone, puzza di sudore assente, abbigliamento normale. Considerate le sue dimensioni e il traffico quotidiano di autoctoni e non e’ quasi sconcertante. E fa chiedere: per quale motivo Manchester, a due passi da li’, deve essere tanto sporca, puzzolente e grassa? Impossibile giungere a qualunque conclusione. Forse sono i classici 50 chilometri che fanno la differenza. A ogni modo, pulita o meno, profumata o puzzolente, Liverpool ha qualcosa in piu’ che a Manchester manca: la tranquillita’. Per quanto sovraffollate, cupe, grigie e fumose, le vie di Liverpool non innervosiscono i pedoni come accade nella vicina metropoli. La gente va avanti per la sua strada e non fissa, non schernisce, non sogghigna come accade nella vicina metropoli. Nei negozi non lanciano occhiate oblique, non controllano ogni tuo passo e – udite, udite! – salutano sorridenti quando esci. Come non accade nella vicina metropoli. Manchester e’ la terza citta’ d’Inghilterra per grandezza ed importanza ma conserva l’indifferenza, il cinismo, la bestialita’, l’incivilta’ e la rozzezza della piu’ piccola e squallida delle cittadine dimenticate da Dio. Superati i confini mancuniani tutto questo scompare. Anche a Liverpool. Per le vie del centro si aggirano uomini e donne benvestiti o vestiti con indumenti sobri. Si fanno da parte quando il marciapiede si restringe e chiedono scusa se, per errore, il lembo della loro giacca sfiora la tua. Niente occhiate contrariate, nessuno sbuffo stizzito, nessuna gomitata voluta, in caso di contatto. I classici 50 chilometri che fanno la differenza, appunto. Anche se sono in molti a sostenere che Liverpool sia perfino piu’ brutta, cupa e triste di Manchester. Forse dovrei tornarci in un giorno di pioggia per fare un paragone diretto. Finche’ continuero’ a serbarne un ricordo soleggiato, ricordo che a Manchester e’ piu’ raro di un asino volante, Liverpool continuera’ a piacermi piu’ della sua parente stretta.

Le zone palesemente per turisti sono principalmente due: l’Albert Dock e Mathew Street. La prima offre al visitatore una deliziosa selezione di botteghe di stampo marittimo, musei e bar, dando l’impressione che non sia propriamente il posto che intende essere, ovvero il luogo in cui lasciare la meta’ dello stipendio. Il secondo, al contrario, non fa nulla per camuffarsi: vetrine, macchine fotografiche e manifesti strillano da ogni angolo che quello, piu’ di qualunque altro, e’ il posto in cui un fan dei Beatles deve essere. Peccato che per entrare al Cavern occorra superare una fila di bodyguards e sganciare molti, troppi pound. Stessa cosa dicasi per i vari negozi di gadgets sparsi lungo la via. Costosi, ripetitivi e noiosi. Insomma, merce facilmente reperibile in qualunque altro punto del globo senza per questo dover pagare decine di sterline.
Rifugiarsi in un anonimo pub irlandese e’ la soluzione piu’ economica ed intelligente. Ottimo sidro, ottima birra, ambiente caratteristico e portafogli salvo. Uno smacco ai classici e sovraffollati Hard Rock Cafe’ e Higsons.

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Author: Juana
• sabato, agosto 22nd, 2009

blackpool-sea

Il mare e’ sempre il mare. Quando il mare diventa oceano, poi, e’ stupendo per definizione.
In un’insolita, inaspettata ed imprevista giornata di sole cocente io e altri due amici siamo sbarcati a Blackpool, la Rimini del nord della GB.
Alcuni la conoscono come la Las Vegas d’Inghilterra, altri come la citta’-parco giochi, altri ancora come la capitale gay del Nord. Dipende da cosa si cerca in essa, ovviamente. A mio giudizio, Blackpool e’ tutte queste cose insieme e, per via dell’accozzaglia che ne deriva, nessuna.

Il treno che da Manchester Piccadilly scarica turisti e bagnanti alla stazione North di Blackpool e’ un moderno Transpennine Express gestito dalla First. Rigorosamente a gasolio, come vuole la tradizione dei trasporti pubblici qui, con un’aria condizionata capace di rendere i passeggeri tante salme criogenizzate.
La stazione nord di Blackpool e’ diversa da qualunque altra stazione. Un’enorme scatola di cemento sulla quale si affacciano tante porte antipanico contrassegnate ciascuna da un numero: il numero del binario sul quale si affaccia. Alle pareti, dei manifesti. In alto, dei buchi vetrati per far entrare un po’ di luce. Insomma, sembra la palestra di un vecchio liceo. Oltre l’ufficio informazioni, un piccolo gionalaio. Nessun segno del classico micro-WHSmith. Dove comprare la mappa della citta’, ora?
All’uscita della stazione, la classica macchinetta sputacartine. Inseriamo il nostro pound e aspettiamo. Aspettiamo. La mappa di Blackpool non esce. L’ufficio informazioni e’ molto chiaro in merito: le ha mangiato un pound, vero?
“Le ha mangiato un pound, vero?”
Non so se sia stato piu’ disappointing sentirsi anticipare dal tipo cos’era successo li’ fuori o sentirsi dire, in tono noncurante, “mi dispiace, purtroppo siamo a conoscenza del problema e non possiamo fare niente!”.
Decisamente, un ottimo benvenuto, Blackpool!

Mentre ci incamminiamo lungo Talbot Road, diretti verso l’oceano, la sensazione che ho guardandomi intorno e’ di star facendo un salto indietro nel tempo. Le case, basse e mangiate dall’umidita’, i negozietti appiccicati, l’aria salmastra e lo stridere dei gabbiani sono i medesimi incontrati gia’ a Brighton mesi fa. E, proprio come Brighton, anche Blackpool ha il suo Pier. Anzi: a differenza di Brighton, ne ha ben tre.
I pier nelle citta’ marittime inglesi sono un po’ l’equivalente dei nostri moli. Piattaforme in legno sospese sull’acqua sopra le quali alloggiano chioschi, bancarelle, giostre, attrazioni di ogni tipo. E bagni, i quali, ovviamente, scaricano direttamente sull’acqua senza premurarsi affatto di raccogliere tutto in una vasca di contenimento. Guardare i bambini che si tuffano all’ombra dei pier diventa un disgustoso divertimento. Praticamente, fanno il bagno nella pipi’ dei turisti. Turisti che, tanto per cambiare, si adeguano bene alla collocazione geografica della citta’ che stanno visitando.
Se a Manchester le persone sono particolari, a Blackpool diventano addirittura peculiari. Anziane signore grosse come balene se ne vanno in giro in jeans e maglietta sulla quale e’ scritto “birthday girl” mentre aspettano fuori dalle toilette il ritorno della loro compagna di viaggio, la quale ha a sua volta indosso una tenuta da liceale e un orrendo paio di occhiali da sole a forma di chitarra. Bambinette con gambe sottili come stecchini si ingozzano di salsicce fritte massaggiandosi la pancia spropositata e due maniglie laterali che mai ci si aspetterebbe di scorgere addosso a chi ha a malapena spento otto candeline. Padri accaldati si aggirano per le giostre a petto nudo, faticando a muoversi per colpa del loro parto trigemellare in arrivo.
Un circo vivente, questa la sensazione che si ha aggirandosi sulle piattaforme sospese dei Pier. Un circo vivente con tanto di maga di turno, una per ciascun molo. Una bella differenza con l’ordine aristocratico di Brighton. Ma, dopotutto, come resistere alla maga Petolenka di Blackpool? Un nome, un programma. Basta ricordarsi di indossare la mascherina.

Cio’ che sciocca di Blackpool e che porta i nuovi arrivati stranieri – o, per lo meno, i non made in North UK – a camminare con la bocca dischiusa e’ il suo lungomare. Da un lato, una barricata di lavori in corso “per migliorare la viabilita’ pedonale e fermare lo spreco di acqua non depurata nella nostra citta’”. Dall’altro, una fila infinita di locali le cui facciate principali raggruppano in un unico ammasso di cartapesta gli aspetti piu’ pacchiani di Disneyland, Gardaland e Movieland insieme. Un caseggiato al cui interno alloggiano slotmachines, biliardi, fruitmachines saluta i nuovi arrivati con un monumentale teschio addobbato da torrette in rovina, tesori e pappagalli giganti. Un negozio di jeans e vestiti sportivi firmati invita le persone a farsi avanti attraverso un Indiana Jones che si cala e sale instancabile da una corda. E che dire della Torre di Tokio formato tascabile?

Blackpool e’ come un immenso parco a tema chiuso entro i confini di una citta’. Ogni suo singolo dettaglio sembra calcolato per stupire e, in qualche modo, intrattenere. Londra ha i suoi double-decker rossi e le sue cabine telefoniche, Manchester i suoi terribili monumenti e i suoi cestini fucsia. Blackpool ha i mezzi di trasporto. Ciuchini, cavalli con calesse, tram che sembrano scatole di carne Spam su rotaia o, peggio, pseudo-vaporetti lagunari. La tua macchinetta scatta foto impazzita, ti sembra di non riuscire a cogliere tutto: c’e’ davvero troppo da fotografare. I tuoi poveri occhi da persona normale non sono abituati a tanta atipicita’. Hai paura che, se non riuscissi ad immortalare l’antenato dell’Orient Express, poi nessuno ti crederebbe al sentirlo raccontare. Cosi’ come nessuno potrebbe mai credere che a Blackpool esistano Cenerentole che accettino di prestare la propria coupe’ ai turisti.

Come in tutti i luoghi turistici – e, soprattutto, come in tutti i luoghi turistici del Nord dell’Inghilterra – a non mancare sono i posti in cui mangiare. Ce ne sono a migliaia, piu’ di quanti un’orda da un milione di affamati possa mai averne bisogno. Piatti fritti fritti fritti si alternano a ciambelle grondanti di iced cover e dolciumi in grado di far esplodere il fegato di chiunque al primo morso. Qua e la’, sparsi ma vistosi, i chioschi delle cosiddette rocks. Sono ovunque, di ogni dimensione e colore. E tu, povera, ignorante straniera che ha visto solo Brighton prima, ti chiedi: ma questi diavolo di bastoni di zucchero dove sono nati, in realta’?
Il posto piu’ promettente si rivela essere un certo Pablo’s, una frittoria che sfoggia entusiasta la dicitura “Fish&Chips & IceCreams!” sulle sue insegne. Gelato mescolato a patatine fritte e pesce panato… come non andare?
Impiegheremo mesi a smaltire tutto l’olio bevuto grazie a quell’ammasso di frittura non asciugata mangiato oggi. Cosi’ come impiegheremo un po’ a digerire la cortesia innata dell’addetta, che ci ha abbandonati al banco mezz’ora prima di consegnarci l’ordine – che fosse andata al molo a cogliere il pesce da friggere? – o i 20p per la bustina da mezzo grammo di salsa. Ma, si sa, certi luoghi nascono e crescono grazie ai soldi stillati ai turisti, siano essi il pound per la mappa della citta’ o i 20 pence per una micro bustina di ketchup.

La parte piu’ bella di Brighton e’ proprio la sua spiaggia. Sassi enormi, sassi microscopici, acqua che si infrange su essi creando uno stridore degno di una casa infestata. Il vento e’ spossante, l’aria bagnata di sale, l’acqua di un blu accecante, lo spettacolo meraviglioso.
Per contro, la spiaggia di Blackpool e’ in realta’ una fila infinita di scale in cemento che sprofondano direttamente in un’acqua color nocciola. Su di essa galleggia di tutto, dalla pipi’ dei turisti di cui sopra alle bottiglie agli incarti dell’onnipresente McDonald ai gabbiani morti. L’idea esaltante di affondare i piedi nell’oceano si e’ spenta nell’istante esatto in cui abbiamo posato lo sguardo su quella schiuma marroncina che sapeva tanto di frappe’ al cioccolato.
Nel primo pomeriggio il mare inizia a ritirarsi per la notte. Le scale, fino ad un’ora prima sprofondate nella sua acqua castagna, si stagliano asciutte sopra una distesa di sabbia e pozzanghere salmastre. Le persone si sostituiscono all’acqua, invadendo ogni metro quadro di spiaggia libero. Inseguono il mare, a decine di metri dalla scala cementosa, e si tuffano con vestiti, scarpe, cappelli ancora indosso. I bambini scavano felici armati di secchiello e paletta, i genitori si godono il sole su sdraio che fino a quella mattina erano stati costretti ad aprire di sopra, praticamente nel parcheggio, tra una rete di lavori in corso e l’altra.
Se la mattina quei bambini affondavano i piedi nei rifiuti delle toilette soprastanti, viene da chiedersi che tesori troveranno ora che non c’e’ piu’ neppure l’acqua a portarli via.

E’ impossibile formulare un giudizio su Blackpool. L’impressione generale che si ha e’ quella di city that puzzles your sight: colori, forme, insegne, decorazioni onnipresenti, tutto va a contribuire a spossare e confondere il visitatore. Il mare c’e’ ed e’ stupendo, nonostante il suo colore discutibile, ma come goderselo se si e’ costretti a percorrerlo sulla strada, su un marciapiede a ridosso delle rotaie del tram, o su delle scale tormentate dalle onde?

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